Abbiamo da poco celebrato il centesimo anniversario dalla nascita del grande Nino Manfredi, pertanto l’appuntamento di questa settimana della nostra rubrica Cadaveri Eccellenti non poteva che essere dedicato all’attore ciociaro. È il 1961 quando Manfredi viene diretto per la prima volta da Luigi Comencini, colui che undici anni più tardi con il film tivù Le avventure di Pinocchio (1972) gli assegnerà uno dei ruoli più noti della sua carriera. Un incontro particolarmente felice quello che vede uno dei principali autori del cinema italiano del dopoguerra incontrare uno dei mattatori della nostra commedia. Alla sceneggiatura, oltre allo stesso Comencini, anche Mario Monicelli e i due mostri sacri della scrittura cinematografica Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, già reduci da successi come I soliti ignoti (1958) e La grande guerra (1959).

Il registro non può, quindi, che rimanere settato su un umorismo amaro, che come da tradizione mira a riprodurre tramite una sofisticata goliardia degli eventi smaccatamente tragici. In questo caso, ci si concentra sulle peripezie di Giacinto Rossi, uno sventurato furfante che viene scoperto nel tentativo di inscenare uno scippo a suo danno, al fine di occultare una valigia contenente denaro. In carcere l’uomo scoprirà di condurre una vita non disprezzabile, se comparata a quella che conduceva da uomo libero, ma si ritrova suo malgrado ad essere coinvolto in un piano di fuga architettato da tre criminali condannati ad una pena ben più severa. Si tratta del nerboruto Tagliabue (Mario Adorf), del vendicativo Papaleo (Gian Maria Volontè) e del viscido ma scaltro Sorcio (Raymond Bussères). Una fuga che andrà a buon fine, ma i cui esiti saranno ben diversi da quelli sperati dagli artefici.

A cavallo della tigre racconta di come la libertà si possa ridurre ad uno stato d’animo, indipendente dalla condizione e dal luogo in cui la si esperisce. Le sbarre del carcere possono assumere un valore protettivo se paragonate ad una vita disagiata, così come un’esistenza in perenne clandestinità, su cui incombe ogn’ora l’ombra della persecuzione non può essere preferibile ad un letto nel quale dormire, seppur in cella. Comencini dirige così un prison-movie atipico e colorito che si trasforma in un’avventura on the road nell’Italia rurale di inizio anni Sessanta. Una riflessione sulla contemporaneità, di un paese che all’alba del miracolo economico vede ancora alcune realtà devastate dalla povertà e di conseguenza costrette ad una quasi inevitabile propensione al crimine.

Volto del lato sporco di questa medaglia del Bel Paese è proprio Nino Manfredi, che con la sua sensibilità fuori dal comune porta in scena un personaggio goffo e nevrotico, una personalità risibile ma al contempo tormentata e irrequieta. Ed è sempre in lui che si incarna il malinconico sentimento su cui poggia la conclusione. Una rassegnazione che parte dalla rinuncia alla lotta per un ideale di libertà guasto, dalla disillusione conseguente alla scoperta di non avere ormai nessuno nel mondo esterno che possa condividere la sua gioia per un ritorno alla vita di sempre. Una vita che però non esiste, che rimane vuota ed estremamente difficile, al limite della sopportazione. E allora i ferri della prigione possono addirittura rivelarsi giacigli accoglienti. Il mantenimento della volontà di evadere, come testimonia la lettera indirizzata all’avvocato che costituisce il pretesto per il racconto dell’intera vicenda tramite flashback, appare come nient’altro che un atto per affermare la propria innocenza più a sé stesso che non al mondo. Azione senza reali pretese che mira a tenere acceso un barlume di speranza, laddove intimamente regna la certezza di un vuoto doloroso.

Andrea Pedrazzi