LUNGOMETRAGGIO


La regia posata di Catherine Hébert ripercorre la storia della donna dietro la Storia, Ziva Postec, migrata negli anni ’60 da Israele verso Parigi con la vocazione per il cinema. La città perfetta per vedere film tutto il giorno e debuttare in sala con il montaggio dei film di Melville e Resnais. Negli anni ’70 incontra Claude Lanzmann, giornalista che all’epoca non ne sapeva molto di regia, ma aveva iniziato una raccolta di interviste a sopravvissuti, testimoni e carnefici che confluirà nel documentario Shoah e si rivelerà poi un monumento imprescindibile sull’Olocausto.

Con solo qualche pagina di trattamento come punto di partenza, Ziva affronta la missione con determinazione e pazienza, insieme al supporto tecnico ed emotivo della sua assistente, in esilio volontario anche dagli affetti più cari. “Bisogna essere matti o ossessivi” per lavorare in cabina di montaggio senza guardare l’orologio – lo ammette – e senza accorgersi che intanto la figlia adolescente è scappata di casa proprio a causa della sua assenza.


Sei anni di vita alla giuntatrice per elaborare 350 ore di materiale, asciugati il più possibile fino a raggiungere una durata che comunque aggredisce (con pietà) lo spettatore, non solo per l’intensità delle testimonianze dei campi di sterminio polacchi, ma anche nel loro accumulo, fino a ricavarsi uno spazio di 9 ore e mezza. Uno spazio per le vittime di una colpa collettiva che non si limita a segnare la storia del cinema; è prima di tutto una preziosa attestazione storica custodita nell’archivio di materiale audio che trascende la sostanza visiva delle immagini d’epoca nei campi di sterminio.


Il documentario si fa omaggio alla delizia e all’ossessione del ruolo del montatore e al montaggio stesso come processo del pensiero attraverso il “dissezionamento di una macchina di morte” implacabile che lascia tracce di memoria orale ricamate da Ziva “come un merletto”, lasciando respiro agli intervalli di silenzio ricostruiti tra le parole, così da poter accettare l’orrore senza venirne sopraffatti.


Giulia Silano