Passato. In un mondo distopico molto prossimo ai giorni nostri, in Quebec è in atto una cruenta guerra civile che non risparmia nessuno. Donne, uomini, vecchi e bambini vengono spogliati, condotti nelle foreste in fosse comuni, fucilati sul posto, e i loro corpi ammassati: una macabra catena di montaggio che rievoca una delle pagine più buie della storia dell’umanità. 

Valérie è una di quelle donne; la vediamo voltarsi e dare uno sguardo al suo futuro carnefice, inginocchiarsi per mano a Samuel, il suo ragazzo, e attendere con lui il colpo di grazia.

Presente. Sono trascorsi pochi anni da quei tragici eventi, Valérie si è salvata miracolosamente – l’esecutore ha sbagliato il colpo mentre Samuel non è stato altrettanto fortunato – e adesso lavora in una clinica come badante, si è anche riaccompagnata con un ragazzo di nome Gabriel, prima relazione stabile dopo una serie di tentativi andati a vuoto. Tra i tanti pazienti che assiste c’è Jeanne, una donna anziana, burbera ma saggia, e una lettrice accanita, con cui Valerie passa la maggior parte del proprio tempo e a cui racconta il suo nefasto passato. 

Quella di Martin Laroche, alla sua quarta prova, è un’opera profonda, sicuramente, e difficilmente incasellabile in un unico genere cinematografico. Il regista canadese riflette su tanti temi: le conseguenze della guerra sull’animo umano, la sindrome del sopravvissuto che tormenta Valérie giorno e notte tra incubi e allucinazioni, e anche il superamento del trauma e la capacità di ridere delle proprie disgrazie. 

La macchina da presa spesso si ferma a costruire quadri fissi, lenti, pesati, sembra voler avere il tempo di ascoltare con noi ciò che hanno da dire gli strani personaggi che abitano quelle stanze. Come uno dei pazienti della clinica, ricalcato sulla figura di Pollock, sempre col pennello in mano a spargere colore a destra e a manca, così è Laroche. Ciò che all’apparenza può sembrare caotico e sconclusionato, perché sempre in bilico tra sogno e realtà, tanto da far dubitare lo spettatore su cosa sia reale e cosa no, trova compimento in un finale che è un invito a vivere la vita, a non flagellarsi per coloro che non ce l’hanno fatta, a compiangerli certo, ma anche a impegnarsi a continuare per loro, con la consapevolezza che prima o poi toccherà anche a noi.

«Live life

Live life like you’re gonna die

Because you’re gonna

I hate to be the bearer of bad news

But you’re gonna die […]» 

(William Shatner, You’ll Have Time, 2004)

Tommaso Quilici