“Se ti perdi un film di Troisi non succede niente, te lo puoi vedere tranquillamente fra due anni, oppure lo puoi perdere e ne vedi un altro”…ma anche fra ventotto, guarda che non scappa. E no che non lo puoi perdere. Cioè, teoricamente sì, ma perché continuare così a farsi del male? Come per magia, andrebbero al loro posto decine di battute che erano giunte all’orecchio libere, svincolate dalla visione filmica, e che magari si pensava fossero proverbi, o quei motti di spirito che per qualche motivo sopravvivono nei decenni anche se non fanno più ridere, solo che questi fanno ancora ridere fino alle lacrime. Quando si dice entrare nella cultura, nel dna di un paese. Con buona approssimazione, ogni dieci minuti Scusate il ritardo (1983) riserva un’epifania di questo tipo: i cinquanta juorne da orsacchiotto, la Madonna che piange e si sta già troppo male per far piovere sul bagnato altra tristezza (“se rideva ci venivo”), e così via.

Schegge, lampi di luce, come i fulmini che rischiarano di continuo uno dei film più cupi e piovosi di sempre. Attimi di riconoscimento come solo pochissimi hanno saputo regalarne, attingendo a quel nono cielo dell’arte comica dove la risata è un’emersione momentanea del reale che può fare più male delle coltellate. Anche troppo facile, trattandosi del film più autobiografico e autoriflessivo di Troisi, riconoscere l’autore nella descrizione che il suo personaggio Vincenzo dà del proprio fratello, attore comico che “tene ‘a faccia della tragedia” e – con la solita modestia – dev’essere proprio fortunato per aver raggiunto il successo, nonostante quell’aria deprimente. We beg to differ, crediamo di poter dire con espressione inglese, a nome dell’intera Italia e non solo, visto che in quel periodo magico Napoli e la sua lingua sembravano l’Esperanto capace di allineare mondi lontanissimi.

Non che oggi Scusate il ritardo sia la visione più facile da affrontare. Quella maschera nella cui melanconica apatia stentiamo a riconoscere un prodotto dei Roaring Eighties, che percorreva una città messa in ginocchio dal grande terremoto dell’80, raccontando disoccupazione, incertezza per il futuro e claustrofobica inattività, non può che avere ancora più senso nella stranissima situazione di limbo in cui ci troviamo da un anno a questa parte. Ma è proprio lì che si vede la grandezza, che prende davvero vita quell’idea abusatissima e quasi mai vera di un’“universalità”, derivante, come nella gag irresistibile di Lello Arena che si avvicina inopportunamente a Troisi per raccontargli le sue pene d’amore, dal saper stare a un millimetro dal volto umano della sofferenza, che dietro cause diverse, in fondo, è sempre la stessa.

Lorenzo Meloni