Il film biografico è figlio di un’operazione particolare, non bisogna solo ricreare ciò che è accaduto a qualcuno in passato, ma, attraverso tutte le possibilità della costruzione narrativa, trasmettere il valore di quel vissuto, le sue sensazioni, la loro portata: con Volevo nascondermi, Giorgio Diritti si propone di raccontare quelle di Antonio Ligabue; Elio Germano di impersonarle.

Sovente, ancor di più se figurativo, si immagina un artista come colui che è capace di affacciarsi con maggiore sensibilità sul mondo, che avverte le sue componenti con una più profonda percezione, e lo fa attraverso i sensi. È a questi che si fa riferimento, per descrivere l’impressione e le fattezze di ciò che in Ligabue è conscio, e forse, così come a lungo tempo per altri, a tratti inconscio.

Tutto è originato dalla vista, sarebbe strano il contrario per chi ha espresso sé stesso nelle forme e nei colori. Lo sguardo totale del luogo dove è ambientata la prima scena è grandangolare, una deformazione che si ripete costantemente nei campi d’ambiente e diventa soggettiva come su un letto di manicomio. La vividezza e la saturazione degli spazi aperti e naturali rimandano ai quadri, e reinterpretano le tinte fredde delle effettive riprese documentarie sul Po.

In breve tempo, fa il suo ingresso l’udito, d’altra parte chi vuole nascondersi sta ben attento ai suoni che lo circondano. I colpi di tosse che riempiono il buio e non danno pace sono intervallati da urla e lamenti, a cui, solo per un momento, dei tappi per le orecchie sono capaci di dare sollievo.  

È con l’olfatto che avviene il l’incontro primario con uno spazio dedicato alla tela: Ligabue annusa i colori con la stessa curiosità con cui analizza un profumo. Complementare è il gusto: il pittore divora con voracità il pasto che fino a poco prima gli era stato sottratto, e con avidità, guardingo, lo consuma spesso in solitudine.

Se sui precedenti il film è costruito, del quinto si sente la mancanza. Toni non ha difficoltà a stabilire un contatto fisico in generale, basti pensare all’ottimo rapporto che ha con la scultura e gli animali. L’incertezza è specifica, e riguarda la partecipazione degli esseri umani. Le sue esperienze, anche amorose, dimostrano quel che ha sempre ricercato e raramente trovato: il significato ulteriore che la lingua italiana dà alla parola tatto, quello che molti nei suoi confronti non hanno mai avuto. In questo modo, Volevo nascondermi lascia spazio a un interrogativo, che è ispirato dalla vicenda ma la trascende: quante altre anime sono state o saranno abbandonate alla sofferenza dalla scarsa disposizione alla comprensione altrui?

Roberto di Matteo