Il subbuglio creato dall’uscita del film su Craxi con Favino (chi se non Favino?) ha lasciato ad un anno di distanza poco più di una placida polemica domenicale ed elogi per l’interpretazione dell’attore romano. Molti avrebbero voluto un film che li ripagasse dell’odio nei confronti di quel partito socialista che ha tradito la propria missione e consegnato l’Italia a Silvio, altri forse speravano in una rivisitazione pulp in stile Il Divo (Paolo Sorrentino, 2008), altri ancora chiedevano un bilancio generazionale che gli permettesse di guardare con nostalgia alle occasioni mancate e di auto-assolversi serenamente.

Hammamet è un film che molti speravano prima o poi venisse fatto, ma che tutti sapevano avrebbe deluso una parte o l’altra del pubblico. Con queste premesse, non c’è da stupirsi se in tutto il film si avverte la presenza di un fantasma che non permette mai alle immagini di liberarsi completamente. Il pubblico è già presente nel film come un rumore di sottofondo che distrae continuamente dall’azione e dalle parole dei protagonisti.

Sapendo che qualunque decisione avesse preso sarebbe stata quella sbagliata secondo alcuni, Amelio sceglie di concentrarsi quasi esclusivamente sulla dimensione psicologica di un Craxi che diventa una ipostasi di tutti i satrapi destituiti, di tutti gli uomini di potere esiliati e destinati ad un rapido oblio. Si arriva così ad un ritratto che potrebbe valere, con minime variazioni, per un qualsiasi ex-dittatore latinoamericano, nordafricano o addirittura per un generale che abbia fallito un golpe e venga spedito all’estero da qualche amico piduista per evitargli rogne giudiziarie.

Gli elementi biografici e i riferimenti all’Italia dell’epoca vengono sempre rimodellati in maniera da risultare allusivi e distanti: il passato recente è già un testamento che nessuno si cura di leggere, la vendetta è una questione mediatica usata per intrattenere ancora un po’ il pubblico in attesa di Drive-In, il tradimento degli amici è meno pericoloso di un piatto di pasta. In Hammamet, quello che rimane del politico arrivista e vorace è un uomo spossato, che non rinuncia all’illusione di contare ancora qualcosa e che scopre come sopravvivere ad una congiura sia un destino peggiore che non soccombervi. Il castello di carte che Craxi-Favino costruisce nella sua villa indolente e pigra crolla non appena si ripresenta l’amante della vita passata ad annunciargli, con la sua sola presenza, la fine di un’epoca.

Mese dopo mese, le frasi ad effetto, i pensieri brillanti e i giudizi mordaci dell’ex-leader retrocedono inesorabilmente nelle pagine dei giornali, vengono relegati all’aneddotica. Forse in molti sarebbero tentati addirittura di chiedere la restituzione delle monetine che gli hanno lanciato contro qualche anno prima.

Il vecchio satrapo socialista è un bambinone capriccioso e rancoroso che osserva impotente il mondo che va avanti senza di lui, che guarda in televisione la nuova classe dirigente che si fa strada senza bisogno di un eloquio brillante, né tantomeno della “gavetta” in un partito e dei congressi faraonici. La Milano da bere ha preso il posto delle scuole di partito, la rabbia contro il sistema si è già trasformata in una gita turistica.

Nel film di Amelio si avvertono una tristezza di fondo e una rassegnazione che prefigurano la farsa del berlusconismo e la cosiddetta seconda repubblica.

Hammamet è un collage di piccole trame, quasi fosse più un film ad episodi in cui Amelio sceglie di volta in volta un tema particolare da tratteggiare, senza voler mai andare troppo in profondità. Ed è forse questo il destino crudele che è stato riservato a quella generazione politica che si prendeva così tanto sul serio: non se ne può nemmeno fare un film rabbioso e rancoroso, perché quello che è venuto dopo ha scavato un solco nella società ancora più profondo e amaro.  

“Non lascio un’eredità, ma una maledizione”

Marco Lera