“Quello che si perde non torna più. A volte penso: che fine hanno fatto i miei piccoli?”

Quanto ci sembra lontana la Primavera araba? A semplice istinto, di più dei comunque ben dieci anni realmente passati. Quanto di ciò che si voleva ottenere si è poi materializzato? Quasi nulla, di certo niente di duraturo o che non si sia poi rivelato peggiore della situazione di partenza. Tanto che oggi la Primavera, anche sulla stampa, si è trasformata in Inverno. Una lunga stagione fredda, talmente lunga da creare uno scollamento temporale per il quale il 2011 ci sembra in realtà un’eco da un mondo che non esiste più. Tra tutte le situazioni figlie di quei magnifici e forse acerbi fermenti, una delle più intricate e impastate è senza dubbio quella siriana.

Mira Jargil, la regista danese di Reunited, sceglie di non affrontare tutto questo, o almeno non direttamente. Forse, ed è un grande forse, non le interessa nemmeno. Decide invece di raccontare una famiglia, come dice il cartello iniziale, bloccata in tre paesi diversi, divisa dalla guerra. E la guerra, che è motore di tutto ciò che accade, come il peggiore e più orripilante dei mostri, viene tenuta nascosta per tutto il film. Noi possiamo soltanto sentirne la presenza attraverso gli strazianti brandelli masticati che si lascia dietro, appunto, sparsi per il mondo.

I brandelli hanno quindi un nome: Mukhles, finito in Canada, ex-medico della nazionale di calcio siriana e marito della pediatra Rana, scappata invece pericolosamente via mare fino ad arrivare in Danimarca. Ultimi, Nidal e Jad, i figli di 17 e 11 anni, si trovano a Mersin, città marittima dell’Anatolia, vicino al confine turco con la Siria, a poca distanza da casa; fortunatamente assieme ma soli, come possono esserlo due ragazzini in un paese che li odia senza motivo.

Il film si apre con un flash dello sbarco di Rana che, nonostante abbia appena scampato un pericolo mortale, pensa solo ai propri figli e al fatto che siano rimasti soli per la prima volta nella loro vita. Da quel momento, dal giorno in cui si sono divisi, Rana passerà ogni minuto con in testa l’unico obiettivo di ricongiungersi a loro in un luogo pacifico. La donna finisce in Danimarca, paese che negli ultimi anni ha messo in atto misure sempre più soffocanti verso i migranti e le minoranze, dove comincia un altro tipo di guerra: quella che la vede battersi contro la burocrazia e la mancanza di leggi internazionali chiare e valide per tutti coloro che fuggono da luoghi di conflitto.

Nonostante il rischio di cadere nel populismo dovuto alla mancanza di approfondimento legislativo, il documentario scorre facendo parlare le immagini senza alcuna retorica. La scelta della regista è infatti, anche in questo caso, quella di mostrare di meno. Parlano la frustrazione e il dolore di Rana che, nonostante le continue telefonate, non riesce ad ottenere un aiuto dalle amministrazioni pubbliche. Parlano la solitudine e la paura dei due bambini, cresciuti senza i loro genitori, disprezzati da chi li ha “accolti”, e che nella loro scuola per profughi siriani chiedono cantando di dar loro una chance, una straziante preghiera laica, mentre parlano coi coetanei di torture e di uccisioni di parenti allo stesso modo in cui da noi ci si scambiano le figurine. 

Ma parlano anche la vergogna e la disperazione di Mukhles per aver dovuto abbandonare per primo la sua famiglia al fine di salvarla e che, nonostante anni di lavoro nel retro di un ristorante, non ha ancora ottenuto le carte per viaggiare. Oltre a tutto ciò, ha un ulteriore problema: non riesce a guardare i volti dei suoi ragazzi nelle nuove foto, incapace di accettare il tempo perso senza averli avuti con sé, nonostante la potenziale raggiungibilità. Una tortura psicologica che, come dice lui stesso, lo ha portato a fermare il tempo e a trasformarsi in un computer, identico a quello da cui  lo vediamo alla fine, ancora solo, scorrere ossessivamente le immagini dei suoi piccoli, nel disperato tentativo di riavvolgere un nastro immaginario.

I filmini di famiglia che intervallano le riprese odierne di questo importante documentario ci portano all’ultimo frammento sparso per il mondo, che in realtà non si è mai mosso: si chiama Halab, o Aleppo. Una città millenaria, una delle più antiche al mondo, distrutta come ci è stata mostrata in tante immagini. Ma qui, invece che un anonimo cumulo di macerie conseguente ai bombardamenti, diamo un nome e una destinazione d’uso a questi posti: casa, studio medico, scuola. Non più solo teatro di guerra, ma luoghi dove la vita ha smesso di scorrere, di creare memorie, tranciandole e lasciandole sospese. La loro casa, che non esiste più, brandello perduto insieme ad altre milioni di persone, abbandonata ma non dimenticata anche mentre i due ragazzini si preparano a quella nuova, imparando a presentarsi in danese guardando tutorial su Youtube.

Aggiornamento: è notizia del 16 aprile che la prima ministra danese Mette Frederiksen, che negli ultimi anni sta mettendo in grave difficoltà i profughi siriani, costringendo quelli già stabilitisi ad andarsene e opponendosi all’ingresso dei nuovi, ha dichiarato che l’obiettivo è arrivare a zero richiedenti asilo, inasprendo le misure già in atto.

Federico Benuzzi