Una vita violenta (1959) è il titolo del secondo romanzo di Pier Paolo Pasolini, scritto con l’intento di continuare il progetto iniziato col primo romanzo Ragazzi di vita. In entrambe le opere, infatti, l’autore narra il mondo dei ragazzi che vivevano nelle borgate romane, realtà che Pasolini ebbe modo di conoscere da vicino, attraverso le sue continue immersioni all’interno dei luoghi e della vita quotidiana di questi giovani abitanti della periferia romana.

La critica si è trovata d’accordo nel definire Pasolini un vero e proprio flâneur, letteralmente “colui che passeggia”: ad un’attenta esplorazione delle borgate attraverso l’atto del camminare si affianca lo scopo di produrre un oggetto artistico in cui restituire la propria esperienza.

Una vita violenta è la storia di Tommaso Puzzilli, un ragazzo di borgata che attraverso le sue esperienze arriverà ad acquisire una consapevolezza umana e politica. I fatti narrati riguardano due fasi distinte della vita del ragazzo: la prima è dedicata ad un’adolescenza fatta di piccoli furti e rapine, la seconda, invece, ci porta avanti di alcuni anni: Tommaso è cresciuto e si troverà a dover scontare due anni di prigione. In realtà, questo periodo è del tutto omesso dalla narrazione di Pasolini, che lascia che siano le future azioni del protagonista a spiegare al lettore i cambiamenti avvenuti nel protagonista stesso durante la vita in carcere.

Tralasciando la trama, che è ricca di dettagli e informazioni che solo leggendo interamente il libro si possono cogliere nella loro totalità, ciò che affascina del romanzo è l’importanza del camminare. I ragazzi di borgata sono assidui camminatori di città, non a caso Pasolini non fa altro che mettersi sulle loro tracce. Il camminare di questi ragazzi è spontaneo, improvvisato, casuale e nasce soltanto dalla necessità di sopravvivenza o dalla noia, non è qualcosa di programmato e, per questo motivo, non ha punti di partenza o di arrivo.

Tale centralità del camminare è testimoniata anche dal linguaggio di questi ragazzi, che si esprimono con locuzioni più volte ripetute: «farsela a fette», «farsela a pedagna», «farsela a sole e tacchi».

Quando il camminare dei giovani entra in contrasto con la crescente motorizzazione, si va incontro ad episodi drammatici: uno dei fratellini del protagonista verrà ucciso da un autobus, mentre un amico verrà investito e, rimanendo storpiato ad una gamba in modo irreversibile, si autoemarginerà perché consapevole di non poter stare al passo degli amici.

Ecco che allora si comprende come un gesto apparentemente così banale, automatico, come quello del camminare, diventi nei romanzi pasoliniani un vero e proprio modo di affrontare la vita.

Gli altri mezzi studentini venivano dietro appaiati come le papere, e Tommaso gli s’era appiccicato appresso, a fianco di quell’Alberto Proietti amico suo, fiero della compagnia, perché quelli mica erano dei morti di fame come gli altri compari, su alla borgata.

Si osserva qui l’attitudine di camminatore di Tommaso, che è ovviamente un’attitudine di vita, cioè rappresenta lo stare al fianco di coloro che in quel momento considera i più forti, senza curarsi di stare in secondo piano.

Pasolini si fa portatore di una denuncia dell’abbandono delle periferie da parte delle istituzioni, che sembrano non ricordarsi dei poveri e degli emarginati, se non quando devono isolarli in prigione. Non è un romanzo che vuole mettere in risalto una lotta tra buoni e cattivi, bensì tra gli emarginati e la povertà stessa, al punto che il lettore si trova ad empatizzare con qualunque personaggio, a prescindere dalle azioni anche terribili che commette.

Coi grugni sporchi sotto i ciuffi, si tenevano abbracciati, parlando tutti smaniosi, senza guardare in faccia nessuno. Alcuni parlavano, altri tacevano ridendo. E quelle faccette, sopra i collettini zozzi a colori, alla malandrina, erano l’immagine stessa della felicità: non guardavano niente, e andavano dritti verso dove dovevano andare, come un branco di caprette, furbi e senza pensieri “Aaah” sospirò Tommaso, “so’ stato ricco, e non l’ho saputo”.

Attraverso i personaggi, il lettore arriva a toccare il fondo degli inferi terreni, rappresentato da vicende e figure senza scampo, sulle quali però vigila la capacità umana di tentare di cambiare il proprio destino nella ricerca di una rivincita. 

Ilde Sambrotta