La fantascienza e la distopia come generi letterari/cinematografici hanno sempre avuto un destino difficile in Italia, forse perché la prima è stata un saldo monopolio della chiesa per duemila anni e la seconda ha trovato un rifugio sicuro nella borghesia benpensante che tanto si è impegnata nel realizzarla. Per questo, il bellissimo esperimento fantascientifico di Elio Petri, La decima vittima (1965), non è il classico film  che come Cassandra anticipa atterrito le tragedie del mondo, quanto piuttosto una parodia in chiave surrealista di un mondo che è già diventato una farsa.

Negli anni ‘60, la distopia si è infatti incamminata verso la consacrazione a fenomeno pop, trasformandosi da materia per romanzi a questione di pura estetica e ripetizione serigrafica. Lo scandalo è una moda, l’indignazione una statistica da botteghino.

Da un lato, la dolce vita è passata come un uragano, lasciandosi dietro i calici vuoti e gli avanzi dei buffet, ma senza intaccare la morale della brava gente italiana; dall’altro il fascino anodino della swinging london (immortalata l’anno successivo da Blow-Up) non ha niente da dire a livello ideologico, e non se ne preoccupa troppo. Dietro la superficie patinata delle riviste e dei paparazzi c’era già una società in lenta decomposizione, che provava a riciclarsi come “moderna”.

Rappresentante perfetto di questa Italia stanca e demotivata è Marcello, genio indolente che per quattro soldi imbastisce un culto solare in chiave new-age e si lamenta dei neo-realisti (con lo zampino di Flaiano) che lo costringono a difendersi dai pomodori con pareti di plexiglas. La grande caccia, quella che in teoria dovrebbe essere una pratica aberrante, è in realtà l’ultimo dei problemi di questo uomo finito. Nella lista delle seccature che si sarebbe volentieri risparmiato, vengono prima il matrimonio, l’amante, il pignoramento dei beni e il cinismo dell’italiano educato ai grandi valori che si ritrova a vivere una vita piccola e solitaria.

Altrettanto caricaturale è la cacciatrice Caroline Meredith, che arriva nel Bel Paese come predatrice e come turista, vendicatrice dello spirito di Anitona Ekberg che sconvolse Roma ed erede del grand tour armata di videocamera. La sua tragedia è quella di credere nell’amore e di vedere nel matrimonio l’unica forma per coronarlo.

La vera distopia che va in scena nella Decima Vittima non è forse quella della società condannata a vivere relazioni insincere in attesa di una risposta da parte della Sacra Rota? Non è più crudele la solitudine di Marcello o l’illusione ossessiva di Olga rispetto ad un assassinio in diretta?

Il cinismo dei protagonisti non è un’invenzione della società consumistica o di quella dello spettacolo, è eterno come lo è il fascino di Roma. Nell’asta al rialzo tra i colossi della pubblicità per l’esclusiva della morte risuonano le risate dei Borgia e dei cardinali che gareggiavano per avere un ritratto firmato dall’artista più in voga del momento. Niente di nuovo sotto il sole. Quella di Petri è una commedia all’italiana di altissimo livello, impreziosita da un’estetica di rara bellezza e contrassegnata da uno dei ritratti più amari della società italiana. In questo film per osservare la distopia non serve la sfera di cristallo, basta uno specchietto retrovisore.

Non perdetevela!

Marco Lera