Uno degli aspetti più caratteristici e più apprezzabili del Surrealismo sta indubbiamente nella straordinaria confusione che si crea tra concreto e astratto, tra il materializzarsi di qualcosa che in realtà non ha corpo e il diventare evanescente di qualcos’altro che, invece, esiste, ma non nel pensiero raffigurato dall’artista.

“Il tempo trafitto” di Magritte ne è sicuramente un esempio più che calzante, sia per quanto riguarda  l’idea che si cela dietro la rappresentazione, quindi relativa all’immaterialità e all’incommensurabilità del tempo, sia per ciò che concerne quello che visivamente si può osservare dal dipinto: un treno snaturato e privato della sua realtà in termini di spazio e di funzione.

Un altro aspetto da non sottovalutare è, poi, la volontà malcelata dell’artista di poter, attraverso una serie di sapienti espedienti, spiazzare completamente l’osservatore. In questo caso, lo fa a partire dal titolo dell’opera: accostando un concetto astratto come il tempo a una sensazione tattile riscontrabile nella realtà dei corpi fisici, il “trafiggere”, l’artista sembra spingere ad operare una profonda riflessione sull’esistenza, fisica ma allo stesso tempo immateriale ed evanescente. “Il tempo trafitto”, olio su tela datato 1938, sembra spingere ad avere un occhio critico nei confronti della realtà che si vive, a volte con troppa frenesia, tanto da arrivare a “distruggere il tempo” e a lasciarlo scorrere via.

Opera di Magritte. Articolo di Chiara Pirani

L’ambiente rappresentato da Magritte è quello domestico: il camino raffigurato e lo specchio che lo sormonta potrebbero indicare la stabilità dell’uomo, la casa, il conoscere sé stesso; l’orologio, simbolo del tempo che scorre, e la locomotiva incastrata nel camino potrebbero, invece, rappresentare l’incertezza e il cambiamento, spesso e volentieri difficile da affrontare. Al cambiamento non si è pronti quasi mai, e quindi solitamente si preferisce lasciar passare quanto più tempo possibile prima che venga messo in atto. Questa può essere l’idea celata dietro il dipinto dell’artista belga, che non punta su un uso particolare del colore, delicato e sobrio, quanto piuttosto su un concetto da trasmettere attraverso la raffigurazione.

René Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967), noto pittore belga, fu tra i massimi esponenti del Surrealismo, corrente artistica d’avanguardia, nata in Francia dopo la Prima guerra mondiale. Il pittore, inizialmente influenzato da Cubismo e Futurismo, fece propria la tecnica basata sul trompe l’oeil, genere pittorico che invita l’occhio dell’osservatore a considerare tridimensionale e tangibile un’immagine che, in realtà, viene riportata su una superficie bidimensionale. L’artista fu definito saboteur tranquille per la sua straordinaria capacità d’insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, al fine di mostrarne il “mistero indefinibile”. 

L’ingrediente segreto della maggior parte delle opere di Magritte è, quindi, lo spunto di riflessione: l’artista sembra voler dire a chi si trova ad osservare un suo quadro che c’è sempre qualcosa su cui vale la pena riflettere, senza dare nulla per scontato, men che meno il tempo. Questo, unito al fascino costantemente esercitato dalle sue creazioni, consente di pensare credibile una scena che in realtà non lo è, di andare oltre ciò che si vede, di vestire i panni dell’artista, che pur con delle tonalità semplici e quasi “silenziose”, riesce a far arrivare forte e chiaro il messaggio nascosto dietro le sue rappresentazioni.

Chiara Pirani