“Ah, se solo gli edifici potessero raccontare!”

È così che Suad Amiry cerca di donare un’anima alle dimore che un’anima l’hanno persa. 

Golda ha dormito qui è diviso in quattro parti, ciascuna delle quali coinvolge diversi personaggi e affronta le più disparate storie personali. Comune a tutti i racconti è l’ambientazione, la città di Gerusalemme che, con i suoi muri e le sue divisioni interne, diventa un’altra protagonista del romanzo.

Le vite dei singoli si intrecciano alle vicende storiche e politiche della Palestina e del suo popolo, che l’autrice sceglie di raccontare in modo nuovo, non più mera cronaca dei tragici fatti passati e presenti, ma scavando nei ricordi di quelle persone a cui sono stati strappati via casa e affetti. Nel romanzo di Amiry, dunque, la storia della Palestina non si riduce al solo conflitto politico, ma indaga i traumi e le sofferenze delle persone che ne fanno parte, tra cui personaggi reali come il famoso architetto palestinese Andoni Baramki e suo figlio Gabi, la suocera a cui era molto affezionata, e anche sé stessa, usando la scrittura come forma di terapia. “La cosa che più mi stupisce è che, come comunità, abbiamo condiviso tra di noi e con molti altri la nostra storia collettiva di popolo cacciato dalla propria terra, la Palestina. A dire il vero abbiamo annoiato il mondo intero con la nostra storia collettiva. Ma per qualche ragione l’individuo palestinese, uomo o donna che sia, evita, o forse ha troppa paura, di condividere la propria storia personale, come se non potesse raccontare come è stato cacciato dalla propria casa, dal proprio salotto o dalla propria camera da letto. Queste storie private restano segrete, persino ai propri figli, persino a sé stessi. Credo che la ferita sia ancora aperta.”

Le storie ci giungono in frammenti, pezzi di ricordi che si susseguono confusi e veloci, proprio perché l’autrice sceglie di non indugiare sul dolore altrui. Allo stesso tempo, la profondità con cui vengono narrati alcuni dettagli permette al lettore di immedesimarsi ed empatizzare con le diverse situazioni. Suad Amiry espone nero su bianco parte della sua esperienza di vita, di architetto e di donna palestinese, nata solo tre anni dopo la Nakba del 1948, la “catastrofe” che vide la separazione di Gerusalemme est (palestinese) da Gerusalemme ovest (ebraica) a cui è seguita, nel 1950, una legge che ha impedito definitivamente ai palestinesi di risiedere legalmente nelle loro dimore. Le conseguenze di questo abbandono forzato sono ricadute sui cittadini arabi, che da allora sono stati considerati dei fantasmi, anime senza corpo, invisibili. Quello dei “present absentee”, infatti, è un concetto che emerge con forza nel romanzo, non solo come status giuridico israeliano che si applica a tutti i palestinesi rimasti nelle loro terre dopo le guerre del 1948 e del 1967, ma col tempo diventa anche uno status psicologico e identitario imposto, in cui i palestinesi non vogliono riconoscersi. È il caso di Andoni Baramki che, avendo perso la villa da lui costruita, tenta invano di riconquistarla. Dopo aver rivendicato per l’ennesima volta il suo diritto di proprietà davanti al giudice ed essere invece ritenuto legalmente assente e dunque impossibilitato a riappropriarsi della sua villa, Baramki passa alla logica: “Ma Vostro Onore, come mai quando si tratta di pagare le tasse al governo israeliano non ci considerate assenti, mentre quando si tratta di rientrare in possesso di quel che è nostro siamo considerati tali?”

La denuncia dell’autrice verso un governo ritenuto ingiusto non appare per niente velata, anzi denota anche un’ironia sottesa nel constatare che la legge è arbitraria e non c’è modo per uscirne vincitori. Sotto i bombardamenti israeliani, i palestinesi sono stati costretti a scappare, perdendo di fatto la possibilità di rientrare nelle loro buyat e recuperare i propri effetti personali. La rabbia del figlio di Andoni, Gabi, nello scoprire di aver perso qualsiasi traccia della sua infanzia e della sua adolescenza è evidente, soprattutto quando è costretto, anni dopo, a dover pagare amaramente un biglietto per poter accedere a quella che un tempo era la sua dimora, e che è ormai diventata un museo.

Ecco che gli oggetti diventano fondamentali nella ricostruzione del passato, “un album di fotografie voleva dire essere esistiti”. Paradossalmente è per questo che un altro personaggio del romanzo, Farid, nel giorno dello scoppio della guerra, il 5 giugno 1967, “era con i piedi davanti al caminetto e alimentava le fiamme guizzanti con i frammenti del proprio passato.” Aveva deciso che sarebbe stato meno doloroso bruciare tutte le fotografie che lo ritraevano con le personalità della sua vita, piuttosto che vedersele portare via dall’esercito israeliano, per sempre. Un’altra grande presenza che si fa spazio nel racconto è quella di Huda, figlia di Farid. Se da bambina si prende gioco dei ricordi romantici legati alla vecchia casa del padre e della zia, crescendo si rende conto che la sola ragione che la spinge a restare a Gerusalemme riguarda proprio la visita a quella casa nell’altra parte della città. Personaggio risoluto ed energico, il concetto di dimora diventa per lei un’ossessione. Recuperare quel luogo e gli oggetti che vi sono dentro significa restituire un po’ di pace al tormento paterno, ricostruire la storia della sua famiglia e della sua identità spezzata. Neanche la prigione, da cui entra ed esce spesso, la fa desistere dall’obiettivo di recarsi tutti i giorni davanti casa sua, e a volte di trafugare oggetti. L’ossessione di cui è vittima la tormenta senza che lei possa liberarsene, ma anzi decide di assecondarla mettendo a rischio la sua libertà.

“E smettila di vivere nel passato. Ecco qual è il vostro problema. Voi arabi continuate a vivere nel passato. Svegliati. Siamo nel 2011, non nel 1948.” Parole e frasi che Huda sente ripetersi sempre più spesso, non solo dalla polizia israeliana, che ormai la conosce bene, ma anche da familiari e compagne di cella preoccupati per la sua incolumità. Ma in che modo spiegare agli altri un’ossessione? Come riuscire a lasciarsi alle spalle il passato con tutto il dolore e l’umiliazione che si trascina con sé? Sono domande che Huda continua a farsi senza ottenere mai una risposta.

Nessuno dei personaggi riesce ad arrendersi alla condizione di subordinazione a cui è stato costretto, né tantomeno a rassegnarsi alle ingiustizie perpetrate nei propri confronti ai danni delle loro più care proprietà. Anche “Golda ha dormito qui”, ricorda Huda. Golda Meir, l’ex premier israeliano, guida del suo popolo, ha abitato in una casa araba, assicurandosi però di eliminare la targa con il nome della famiglia che vi abitava prima della visita di una delegazione delle Nazioni Unite a Gerusalemme. Per Suad Amiry, Golda Meir rappresenta l’Israele meschino e prepotente che ha rubato l’identità di un popolo. La descrizione del viso di Gerusalemme, che spesso acquisisce tratti umani, stanco, stressato, come le facce di tutti i gerosolimitani, è il risultato della perdita delle radici di un popolo che ricerca ancora giustizia. Quello della casa non rappresenta solo un tema comune a tutte e quattro le storie raccontate, ma diventa il fulcro centrale attorno al quale si costruiscono le vite dei personaggi, rivendicato come luogo di esistenza e di resistenza, di rifugio e di salvezza. Le dimore di Gerusalemme est diventano un simbolo identitario, al cui interno rimangono intrappolati gioie e dolori dei vecchi padroni, ma anche diari, terrazzi, fotografie e oggetti che acquisiscono il valore della sconfitta e della perdita, ma anche della lotta e del coraggio di migliaia di corpi fantasmi che però fanno rumore.

“Perché non ci si dimentichi di chi è questa casa

Un voto che da allora è diventata un’ossessione

Un’ossessione che si è fatta gravosa come la vita stessa”

Matilde Alvino