Sempre un po’ all’ombra del fratello minore Jake, interprete tra i più iconici degli ultimi due decenni, quello di Maggie Gyllenhaal è un caso particolarmente interessante (se si perdona il gioco di parole) di “autorialità attoriale” nel panorama americano contemporaneo. Dopo alcune prove recitative memorabili quanto sottovalutate e dopo essersi dimostrata produttrice altrettanto originale per cinema (Lontano da qui, 2018) e televisione (The Deuce – la via del porno, 2017-2019), il suo esordio alla regia con The Lost Daughter, tratto da La figlia oscura (2006) di Elena Ferrante, completa finalmente il quadro di una personalità di cineasta poliedrica e personale, capace di muoversi agevolmente fra ruoli e registri diversi, mantenendo costanti controllo creativo e acutezza di sguardo socio-antropologico.

In The Lost Daughter, un’Olivia Colman ancora fresca di Oscar e circondata da uno straordinario cast di comprimari dà volto alle fragilità di Leda, professoressa inglese di letteratura italiana segnata da un rapporto tormentato e colpevole con le due figlie. Durante una vacanza da sola in Grecia, l’incontro con alcuni turisti e abitanti del luogo fa riemergere prepotentemente il suo passato, che il film racconta in alternanza col presente (la giovane Leda è interpretata da Jessie Buckley) secondo modalità espressive tipiche del cinema indie in cui Gyllenhaal ha mosso i primi passi, e in cui – salvo casi eccezionali come Il cavaliere oscuro (2008) – si rinviene tutta la sua produzione maggiore, composta da piccoli cult come Donnie Darko (2001), Secretary (2002), Crazy Heart (2009, per cui fu anche candidata all’Oscar) e il già citato Lontano da qui.

Proprio quest’ultimo film e Secretary in particolare, insieme ad apparizioni fugaci ma emblematiche come quella nei panni di una hippy disinibita in American Life (2009) di Sam Mendes, illuminano il preciso percorso autoriale nel quale si colloca The Lost Daughter, e che si configura nei modi di una ritrattistica femminile segnata da nevrosi e repressione, dove una sessualità “aberrante” rompe gli argini del contegno altoborghese dietro cui si nascondono sogni interrotti, aspirazioni frustrate, l’impossibilità di tener fede a ideali schiaccianti di cultura elitaria e impegno sociale liberal. Senza ignorare, anzi contestualizzando, il preciso orizzonte femminista in cui si muovono questi film, evidente nello sforzo beffardo di far propria la tradizionale narrazione maschile di un dualismo famiglia-carriera spietatamente risolto in favore della seconda, The Lost Daughter ci sembra interessante soprattutto per come prosegue, aggiornandolo anche in termini anagrafici, l’autoritratto del ceto intellettuale privilegiato da cui la regista proviene per diritto di nascita e di cui il suo attivismo radicale nella vita ha non di rado esibito le sfumature più controverse e sprezzanti.

Come pochi altri cineasti, spesso provenienti dalla recitazione, Gyllenhaal è dotata della capacità di sublimare figure esemplari venate di autobiografismo e modellate sul proprio esempio divistico. Con Leda, la prima non interpretata da lei stessa, trova forse proprio per questo il coraggio di un’autenticità dolorosa e crudele. Un esordio che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, un talento singolare da seguire passo per passo.

Lorenzo Meloni