Chiunque abbia mai tenuto un libro di storia dell’arte in mano alle superiori avrà sicuramente visto quest’opera nel capitolo dedicato al Rinascimento. Ritenuta una delle opere più suggestive di questo periodo, il Cristo morto venne dipinto da Andrea Mantegna intorno al 1480, probabilmente per la sua cappella funeraria. Venduto dai figli al cardinale Sigismondo Gonzaga dopo la morte del maestro, per pagare alcuni debiti, dopo essere passato per le collezioni del re d’Inghilterra Carlo I, poi del cardinale Mazzarino e infine per il mercato antiquario, il quadro venne donato nel 1824 alla Pinacoteca di Brera, dove si trova tutt’oggi.

Ciò che ci troviamo davanti è pura avanguardia. Nessuno fino ad allora aveva mai osato tanto, nessuno era mai stato così “futuristico”. Ci troviamo letteralmente di fronte al corpo di Cristo, coperto in parte dal sudario, steso su una lastra di pietra, con il capo adagiato su di un morbido cuscino bianco.
Qui il vero protagonista non è il corpo ormai senza vita del figlio di Dio, ma il punto di vista, la prospettiva che l’artista sceglie di non utilizzare correttamente e di piegare al suo volere. Se Mantegna avesse applicato un punto di vista da ripresa fotografica, i piedi sarebbero apparsi molto più grandi, la testa molto più piccola, il corpo ancora più tozzo, con le sue parti anatomiche quasi irriconoscibili.

Un’applicazione rigorosa della prospettiva “Albertina” avrebbe quindi comportato una deformazione dell’immagine talmente accentuata da compromettere la leggibilità dell’opera. Ormai per Mantegna non esistono più segreti a riguardo, tutto è possibile ed egli osa oltre ogni limite fino ad allora raggiunto.
Quel che percepiamo non è una scena distante, ma è come se fossimo lì, a compiangere un corpo ormai privo del calore della vita. I piedi in primo piano, segnati dai chiodi della passione, trasudano una sofferenza atroce ormai assopita. Il corpo, seppur adagiato su un morbido panneggio, appare tutt’altro che sereno nel suo cereo colorito mortale. È il corpo sofferto di un uomo fatto di carne e di ossa, privo di un candore divino, il cui volto è ormai una maschera inespressiva. Ma nonostante tutto, il suo punto di forza risiede proprio in quell’umanità che tanto veniva celebrata nell’Umanesimo, dove la storia la fanno gli uomini, vivendo, amando e soffrendo. 

La scena si svolge in un ambiente chiuso e buio, forse il sepolcro, o molto più probabile una stanza adibita alla preparazione del corpo. Tuttavia, la pietra rossa su cui è adagiato il corpo potrebbe essere la cosiddetta “pietra dell’unzione”, una preziosa reliquia che, sino al XII secolo, si trovava nella Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme e che, trasportata a Costantinopoli, andò in seguito smarrita. A destra si nota un vaso, destinato a contenere l’unguento usato, secondo i Vangeli, per ungere il corpo di Gesù prima della sepoltura. Sempre sulla destra, si scorge un tratto di pavimento e una porta che introduce ad un’altra stanza buia.
Sfigurati dal dolore e deformati da smorfie di pianto, quasi come fossero maschere teatrali classiche, si scorgono sulla sinistra i volti della Madonna, che si asciuga gli occhi con un fazzoletto e, in primo piano, san Giovanni.

l capolavoro di Mantegna non ebbe successo immediato. Il suo realismo era troppo esplicito, con quel pathos troppo pervasivo. Soprattutto, lo scorcio del Cristo impedisce di contemplarne il corpo con le sue esatte proporzioni e questo infastidì non poco i sostenitori del classicismo. Al contrario fu straordinaria l’influenza che l’opera ebbe su alcuni artisti del Cinquecento, e soprattutto sui grandi maestri del XVII secolo.

Le citazioni sconfinano anche nel mondo del cinema. Molto celebre è la scena del film “Mamma Roma” (1962) di Pier Paolo Pasolini, dove la morte di Ettore richiama per molti il dipinto del Mantegna, anche se il regista stesso negherà la correlazione, ammettendo di essersi ispirato agli studi di Roberto Longhi su Masaccio, Masolino e Caravaggio; quindi sarebbe più corretto accostare l’inquadratura del film al Cristo morente di Borgianni. L’immagine del Cristo, così umana e sconvolgente, rimane impressa anche nella fotografia, tanto che il fotografo Freddy Alborta, scattando una settantina di fotogrammi del corpo di Che Guevara, richiama, con la visione prospettica e in scorcio, il Cristo Morto di Mantegna, dichiarando in un’intervista di essersi ispirato nel momento dello scatto all’opera.

Tommaso Amato