Croce e delizia, inesauribile fonte di ispirazione, la donna è spesso la figura emblematica rappresentata dagli artisti nel tentativo di cogliere le molteplici sfaccettature che ne compongono l’essere. “Sphinx” o “Le tre età della donna” di Munch è un’opera che ricalca perfettamente questo tentativo: l’artista mira a raffigurare tre aspetti che possono caratterizzare ogni donna o tre “tipologie” di donna che siano una rappresentazione di quell’affascinante alleato e “nemico” da affrontare costantemente nell’eterna battaglia che è l’amore. Munch, in questo caso, cerca di usare l’espediente della pittura per rispondere alla domanda: “Cos’è la donna?”.


Ne deriva una raffigurazione semplice, asciutta, quasi minimale. Seppur con contorni dolci e arrotondati, che cercano di spezzare leggermente l’austerità del quadro, le figure rappresentate formano linee verticali ben definite, come se fossero colonne. Il visibile contrasto è accentuato soprattutto dalla divisione tra ciò che è in luce e ciò che è in ombra: a destra, racchiuso dalle tenebre, c’è un uomo con lo sguardo basso e l’aria malinconica; dal suo corpo sembra scendere un fiotto di sangue, che secondo la critica rappresenta il dolore causato proprio dallo struggersi per la donna. Il suo cuore è sanguinante.


A seguire, le tre figure femminili cercano di rispondere alla domanda iniziale: la prima, avvolta dall’ombra, è definita da Munch come “la suora”, con lo sguardo perso e vuoto, che sembra condividere con la figura maschile raffigurata quella struggente e dolorosa tristezza; la seconda, a metà tra luce e ombra, con i capelli rossi e uno sguardo ammiccante, è per l’artista “una donna col gusto per la vita”, è l’unica che rivolge lo sguardo al potenziale osservatore e risulta investita di una notevole carica erotica; la terza, definita da Munch come “la donna dello struggimento” rappresenta la purezza, la figura femminile idealizzata come se si trattasse di un angelo.

Edvard Munch (Løten, 12 dicembre 1863 – Oslo, 23 gennaio 1944), pittore norvegese tra i massimi esponenti della corrente espressionista, si avvicinò all’arte quando, dopo una serie di disgrazie familiari, trovò in essa una sorta di rifugio, di distrazione, nonostante l’ambiente in cui rimase fosse piuttosto malinconico e a tratti macabro. Ad influenzare il suo modo di rappresentare fu, probabilmente, anche la formazione scelta per Edvard dal padre, che lo avviò alla dimensione horror-psicologica dello statunitense Edgar Allan Poe, e in generale la sua arte risultò spesso pervasa da una vena malinconica e quasi struggente.


Il dipinto in questione, datato 1894, ha lo stesso titolo di un’opera di Klimt datata 1905, che si presenta, invece, come una sorta di percorso affrontato dalla donna in tre fasi, racchiuse però tutte in una stessa rappresentazione che ne celebra la bellezza e, insieme, la precarietà. Mentre in quest’ultima opera le parole d’ordine sembrano essere armonia e continuità, in quella di Munch è particolarmente visibile un distacco tra le tre figure di donna che vengono raffigurate, come a voler dire che si tratta di “figure alternative” che la donna può impersonare nel corso della propria vita, a seconda dei momenti, delle situazioni e del proprio sentire interiore.

Chiara Pirani