Prima di affermarsi come uno dei principali sceneggiatori del nostro cinema (tanto da conferire il nome al più ambito premio nazionale in ambito di scrittura per il cinema), Franco Solinas iniziò la propria carriera come autore di novelle e racconti. Pur essendo stata presto rimpiazzata dall’impegno per la scrittura cinematografica, l’attività letteraria rimase un prologo fondamentale per la carriera di questo autore, che anche nei lavori per il grande schermo avrebbe poi mantenuto i temi e l’impostazione neorealista delle sue prime opere scritte. In mezzo a questa produzione spicca la presenza di un solo romanzo, Squarciò, datato 1956 e adattato l’anno successivo in un film affidato alla direzione di Gillo Pontecorvo. Regista, quest’ultimo, proveniente da una sola esperienza filmica (l’episodio Giovanna, all’interno dell’opera La rosa dei venti) e che proprio dalla collaborazione di Solinas riuscì a trarre le sue opere più note e pregevoli.

La grande strada azzurra rappresenta la loro prima fatica congiunta e, pur non presentando la pregnanza politica di Kapò (1959) o il fervore rivoluzionario del suo capolavoro La battaglia di Algeri (1966), rimane una pellicola di assoluto rilievo per la stratificazione dei contenuti ed il suo valore, in quanto testimonianza di una realtà italiana solitamente celata. Come la gran parte delle opere letterarie di Solinas, anche il romanzo matrice di questo film è ambientato nella Sardegna del secondo dopoguerra: una realtà piagata dalla miseria e ulteriormente inasprita dai conflitti interni della popolazione. In questo contesto viene presentato il protagonista, Squarciò, pescatore di professione e bombarolo per propensione. Conosciamo questo personaggio (interpretato da Yves Montand) nel momento in cui, affiancato dai due figli, costruisce un rudimentale ordigno che verrà immediatamente utilizzato come strumento per una facile e redditizia pesca.

Una modalità di approvvigionamento ittico chiaramente illegale, che fa di Squarciò una sorta di bracconiere dei mari, scatenando tanto l’astio dei colleghi quanto i sospetti dei tutori dell’ordine locale. La grande strada azzurra, tuttavia, non procede come il racconto delle malefatte di un furfante nell’Italia rurale, bensì come la tragedia di un padre di famiglia stremato dalle fatiche e le responsabilità ad un punto tale da arrivare a sfidare tanto la legge quanto le buone consuetudini pur di garantire ai suoi cari una vita dignitosa. La forza di questo semplice ma audace racconto sta proprio nell’ambiguità di fondo, che permette di seguire le claudicanti tribolazioni di un personaggio per certi versi deprecabile, portandone però all’emersione l’umanità e lo scoramento.
Squarciò viene dunque restituito con tutte le sfumature ombrose che contraddistinguono il suo carattere. Una propensione all’autoritarismo figlia del proprio tempo, la quale però si scontra con le pulsioni progressiste che lo circondano e dal desiderio, non platealmente espresso ma tangibile, di autodeterminazione da parte dei membri della famiglia di cui si sente oltremodo responsabile. Il fulcro della storia risiede quindi in questo passaggio di testimone, nella messa in discussione del ruolo di un capo-famiglia e della tragedia attraverso cui prende forma la sua abdicazione.  

Un’opera lineare ed emotivamente intensa, riuscita anche grazie al prezioso contributo di un cast d’insieme notevole, in cui spiccano, oltre al già menzionato Montand, i giovanissimi Giancarlo Soblone e Ronaldo Bonacchi nei ruoli dei figli del protagonista. Meritano una particolare menzione anche le presenze tra i comprimari di Alida Valli e un imberbe Terrence Hill, qui ancora accreditato con il suo nome anagrafico Massimo Girotti.

Andrea Pedrazzi