Dopo ormai ottant’anni dall’uscita dello storico “Biancaneve e i sette nani”, Disney celebra la sua sessantesima fatica con “Encanto”, diretto da Byron Howard e Jared Bush.

Ed “Encanto” è proprio una grande festa. Musica e canti colorano un ridente paesino nascosto in una lussureggiante valle sudamericana e animano la stravagante famiglia dei Madrigal. Guida della casata e dell’intera comunità è “Alma”, l’abuela. Il suo obiettivo è quello di ricostruire una casa-
famiglia dopo la morte del marito, il cui sacrificio, però, ha infuso un soffio magico all’intera
discendenza. Ognuno ha un potere speciale: c’è chi è dotato di un super-udito e chi fa sbocciare i fiori, chi ha una super-forza e chi cura ogni male cucinando delle semplici arepas. Ma non finisce qui: anche la villa, “Casita”, membro effettivo della famiglia, è animata e dotata di una propria volontà. Piastrelle e tegole disegnano acciottolando nuovi percorsi e corridoi, finestre e porte si aprono su veri e propri mondi paralleli e a sé stanti. L’unica a non aver ottenuto un potere è Mirabel. Tuttavia, facendo forza proprio sulla sua differenza, salva dalla crisi l’intera famiglia, riscoprendo l’autenticità e la bellezza nell’imperfezione e nella diversità.

Ma di imperfezione e diversità “Encanto” abbonda solo nelle parole e nelle canzoni. Nel concreto contenuto del film non se ne vede che una labile traccia. 

Sicuramente inaspettata e inedita è la scelta di eliminare la figura dell’antagonista dalla struttura narrativa. A reggere la storia, infatti, è il conflitto tra Mirabel e Alma, incapace di accettare la mancanza di magia della nipote; un’imperfezione, una crepa che rischia di minacciare la solida costruzione della famiglia. Si apre così uno scontro generazionale. Da un lato la protagonista, nella necessità di rinnovamento, tenta di salvare la casata accogliendovi l’inatteso e il dissonante. Dall’altro l’abuela, irrigidita nel rispetto della tradizione e intrappolata nella paura del cambiamento, considera queste novità soltanto come possibili fragilità alle apparentemente compatte mura familiari.

A ben vedere, questo conflitto tra generazioni, come scrive Simone Soranna su “Cinefilia Ritrovata”, si può traslare facilmente anche su un livello ulteriore. Come non cogliervi, infatti, un riflesso della storia della stessa casa Disney che, giunta al suo sessantesimo lungometraggio, riflette sul suo passato e sulla necessità di lasciar spazio alle novità e alle nuove leve?

Sarebbe un buon proposito, tuttavia qui l’originalità si ferma all’assenza nella trama del classico “cattivo”. “Encanto” fallisce nel cogliere le molte opportunità di affrontare concretamente e in modo nuovo la trita tematica dell’“accettiamo il diverso”.

Encanto © 2021 Walt Disney Pictures All Rights Reserved

Svariati i possibili spunti che avrebbero meritato un approfondimento.

Un’opportunità unica poteva risiedere, ad esempio, nello sfruttare realmente l’ambientazione del film. Guardando “Encanto” viene però da chiedersi perché sia stata scelta la Colombia, dato che questa Colombia è talmente inconsistente da poter essere scambiata con uno qualsiasi dei paesi equatoriali. Probabilmente era solo un pretesto per giustificare con uno sfondo esotico i colori e le musiche briose del lungometraggio. Ed è un gran peccato.

Questo sessantesimo anniversario avrebbe potuto trasformarsi anche in un’occasione per svecchiare il classico modello del lungometraggio disneyano. Ma, di nuovo, anche qui non si rischia. Il film reitera la classica e collaudata formula-musical della casa, che dagli anni Venti a oggi, dalle “Silly Simphonies” alle produzioni contemporanee (con pochissime eccezioni), fabbrica prodotti zuccherati dai rassicuranti buoni sentimenti, relativamente poco complessi, rivolti a un pubblico giovane, che invitano in modo a-problematico ad accogliere la diversità e ad amarsi tutti felicemente.

Ecco allora che la preziosa mancanza di magia, ossia l’inaspettato e l’imperfetto, è qui incredibilmente fugace. La diversità è frettolosamente riassorbita e normalizzata nel finale con il ripristino della magia e dell’eccezionalità della casata Madrigal. E ovviamente, come poteva Disney, regina di tutto ciò che è incantato, cancellare la magia nel finale del suo sessantesimo lungometraggio?

E proprio per questo, nonostante l’esplosione di colore, le indiscutibili meraviglie tecniche e le canzoni sicuramente cathcy di Lin-Manuel Miranda e Germaine Franco, la magia di “Encanto” è fioca e il film debole, senza quella scintilla in grado di infiammarlo davvero.

Sofia Radin