Ci può essere qualcosa di davvero significativo nella solitudine. Non andrebbe intesa sempre come una sensazione negativa, anzi: la solitudine, come momento di raccoglimento con sé stessi, come un modo per parlarsi, per confortarsi, per pensare e sorridere, è da considerarsi come una condizione capace di rendere ciascuno più consapevole e più vicino a sé stesso di quanto si possa immaginare. L’opera di Magritte “L’impero delle luci” sembra evocare proprio questa sensazione: provare ad immaginarsi avvolti dall’atmosfera dipinta dall’artista, come quel lampione che brilla nonostante sia ancora giorno.

Sono tanti e diversi gli elementi che compongono quest’opera, da poco venduta all’asta per una cifra record: in primis, salta subito all’occhio dell’osservatore la dicotomia tra giorno e notte presente nel dipinto. Emblematica rappresentazione del pensiero surrealista, la tela risulta, pertanto, enigmatica e sconcertante, priva di qualsiasi logica. Ma è proprio questo il suo tratto distintivo, che si materializza nella presenza di una casa silenziosa e protetta da una fitta coltre di alberi, immersa nel buio e illuminata solo dal lampione e dalla luce che filtra dalle finestre, in contrasto con il cielo azzurro e nuvoloso, rappresentato “in pieno giorno”. Ne deriva una dissonanza quasi poetica, oltre che un invito a lanciare il pensiero oltre la realtà visibile.

L’olio su tela, datato 1954, sembra proprio pensato per minare le certezze: è giorno ma, allo stesso tempo, è buio; il cielo, pur essendo caratterizzato dalla presenza di nuvole, è di un azzurro intenso e acceso e dà un senso di pace e tranquillità, ma non si accorda affatto con il tono cupo degli alberi, che sembrano gettare mistero e inquietudine sulla casa; serenità e paura si mescolano e si confondono, così come tutto il resto. Nulla di ciò che si vede sembra ricondurre alle certezze della realtà: tornando al tema della solitudine di cui si parlava all’inizio, ad esempio, non è detto che tale stato d’animo debba essere inteso come qualcosa di necessariamente negativo. La luce del lampione ne è la prova.

René Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967), noto pittore belga, fu tra i massimi esponenti del Surrealismo, corrente artistica d’avanguardia, nata in Francia dopo la Prima guerra mondiale. Il pittore, inizialmente influenzato da Cubismo e Futurismo, fece propria la tecnica basata sul trompe l’oeil, genere pittorico che invita l’occhio dell’osservatore a considerare tridimensionale e tangibile un’immagine che, in realtà, viene riportata su una superficie bidimensionale. L’artista fu definito sabotateur tranquille per la sua straordinaria capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, al fine di mostrarne il “mistero indefinibile”.

Anche in quest’opera, “l’inganno” è riuscito. Come disse Magritte: “Tutto è mistero”, e avere l’abilità di generare nell’osservatore un interrogativo che resterà eternamente irrisolto ne è la prova tangibile. È il rovesciamento di tutti gli assunti, probabilmente per invitare chi osserva a riflettere e a pensare che, in fin dei conti, ci può essere paradossalmente in qualsiasi caso una luce capace di illuminare i dubbi e le incertezze: forse basta guardarli da un altro punto di vista.

Chiara Pirani