VENEZIA 79 CONCORSO

Regia: Romain Gavras

«È possibile che quanto produce terrore e pietà nasca dalla messa in scena, ma è anche possibile che derivi dalla stessa composizione dei fatti, il che è preferibile ed è proprio di un poeta migliore. Giacché il racconto deve essere così costituito che, anche senza vedere la scena, chi ascolta i fatti che accadono, a motivo degli avvenimenti stessi, frema di orrore e di pietà». (Aristotele, Poetica, 5, 1453 b)

Un bambino di tredici anni è stato massacrato e ucciso, il corpo di polizia sembra essere coinvolto. La voce si diffonde, la folla accorre. Si cerca di dare un volto ai colpevoli. Abdel, fratello della vittima, viene richiamato a casa dal servizio militare. La città sembra una polveriera pronta a esplodere, è l’alba, lo scontro è imminente. Ad attendere lo spettatore è un incipit in medias res che lo travolge e lo trascina come un fiume in piena nel vivo degli avvenimenti; resistergli è inutile. Il fluire violento dell’azione è reso magistralmente con un lunghissimo e contorto piano sequenza. La macchina da presa si muove come un insetto agilissimo, e si intrufola tra la folla per scovare la molotov, miccia della rivolta alla stazione di polizia, che deflagra, dando libero sfogo gli animi inferociti dei giovani riottosi.

La rabbia è tanta e sovrasta ogni paura, il bottino è conquistato. Senza mai avere riposo, l’occhio onnipresente della camera di Gavras segue freneticamente l’impresa del gruppo di Karim, fratello della vittima e capo della rivolta, portata a termine in pochi minuti e celebrata dai presenti, con urla e canti di guerra, nel breve tragitto che conduce ad Athena, un quartiere-comunità le cui imponenti barricate, chiudono il lungo piano sequenza. La battaglia è vinta. La guerra è appena cominciata.

Ad Athena, una devastata Isola che non c’è, i bambini sperduti sono a capo della gerarchia, agli adulti resta solo la possibilità di una convivenza pacifica (“con noi o contro di noi”). Un fanciullo è morto, Peter Pan e i suoi chiedono sia fatta giustizia e sono pronti a tutto per ottenerla, persino a mettere da parte i giochi, i petardi e i fuochi d’artificio e passare alle armi appena trafugate. Diventare adulti, sostituirsi a loro, prendere posizione o morire sotto i manganelli.

Inizia così il film di Romain Gavras, alla sua terza opera di finzione: con un’enorme esplosione che investe corpi e animi. Athena, fin dal titolo una dichiarazione di intenti, mette in scena una tragedia: di una famiglia, di una comunità, di una nazione. La vicenda si svolge dall’alba al tramonto, nell’arco di un giorno, in un unico luogo, e mostra lo svilupparsi di un’azione fino al compimento della sua catarsi.

Il regista, lo dichiara egli stesso, è sempre stato affascinato dalla tragedia greca e dalle larghe possibilità offerte dalle sue peculiari ‘tre unità’ (tempo, luogo e azione) individuate da Aristotele nella Poetica. Gavras, nel comporre la tragedia, non si limita alle indicazioni degli antichi, ma compie un passo ulteriore, iscrive i fatti in una cornice sospesa, astorica, tanto da renderli ‘eterni veri’. Non importa in che epoca ci si trovi, non importa a quale latitudine: che sia passato, presente o futuro, le guerre e gli scontri perdurano, insiti nella condizione umana, spesso generati da una menzogna, una bugia all’origine, accidentale o concertata che sia, un errore a cui sembra impossibile porre rimedio.

Scrive Marc Bloch: «Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le false notizie, in tutta la molteplicità delle loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende –, hanno riempito la vita dell’umanità […] solo grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una percezione alterata».

Tommaso Quilici