“Entrate vi faccio vedere la mia collezione di Demoni. Ognuno di loro ha una storia che vi voglio raccontare. Ci potrei pure fare un presepe”.

Purtroppo, il nuovo documentario dedicato all’ultimo grande mistico del rock non inizia così, anche se dovrebbe.

Nessun altro artista infatti può dire di avere la stessa familiarità (tragica e catartica) con il Diavolo, la Morte e l’Oscurità di Nick Cave, nessuno come lui ha la capacità di infondere la vita alla materia inanimata attraverso la parola e il tocco. A contatto con lui, i tasti di un pianoforte, la membrana di un microfono si animano in una galleria di figure e sensazioni che sembrano provenire da antiche formule rituali, da antiche saghe di popoli scomparsi, da racconti ancestrali tramandati per generazioni alla luce di un focolare.

Chiunque lo abbia ascoltato dal vivo ve lo dirà: quell’uomo è un mistico, un sacerdote. Ogni sua canzone è un piccolo tassello di un Cantico infinito che esplora le zone più oscure e perturbanti dell’esperienza umana.

Basterebbe la sequenza iniziale di This much i know to be true (spassosissima e inquietante) a giustificare tutta l’ammirazione possibile per l’artista australiano ma, se non fosse abbastanza, nel corso del documentario di Andrew Dominik abbiamo la fortuna di poter osservare Cave all’opera da un punto di vista privilegiato e in una scenografia d’eccezione.

I giochi di luce, il ritmo del montaggio e la bellezza delle inquadrature di Dominik esaltano tutto il potenziale della musica di Cave e di quel genio di Warren Ellis, in una detonazione allo stesso tempo struggente e liberatoria.

Sebbene le canzoni non siano forse tra le più memorabili della discografia di Cave, il contesto delle riprese, la qualità delle registrazioni, la possibilità di vedere lui e Ellis nei momenti di pausa e di riposo dalla composizione rendono il documentario una testimonianza preziosa non solo per i fan di vecchia data.

Oltre alla musica, in This much i know to be true c’è spazio anche per il rapporto particolarissimo di Cave con i fan: un vincolo intimo nel quale il sensei si interroga insieme ai discepoli sui dolori della vita e sulla possibilità di trovare un senso in mezzo al caos, in un dialogo sereno e privo di presunzione. Chi se non lui potrebbe farlo?

Dopo anni passati a duettare con la Morte, a provare a distillare ed esorcizzare il caos in accordi e parole, Cave ha raggiunto uno stadio di accettazione della vita, della morte, del nulla così totale da lasciare sbalorditi e ammirati. E in questa ora e mezza ce ne dà molto più di un assaggio.

Per chi ha amato 20,000 days on earth di Iain Forsyth e Jane Pollard (2014) e One More Time With Feelings dello stesso Andrew Dominik (2016), questo documentario sarà la splendida chiusura di un trittico delle delizie, per chi invece vuole iniziare ad addentrarsi nel mondo di Nick Cave sarà un ottimo punto di partenza. Da non perdere!

Lo Trovate su Mubi.

Marco Lera