La piccola Norma Jean si scontra ogni giorno con una vita familiare difficile. La madre Gladys non si è più ripresa da quando il padre, un ricco magnate dell’industria, ha abbandonato lei e la figlia. A tutto ciò si aggiunge la psicosi acuta da cui è affetta, che la porta all’autolesionismo, e a mettere in pericolo la bambina. Norma vive quindi in una condizione di prigionia fisica e mentale, vessata dai continui turbamenti del genitore e dall’ignobile colpa, di essere la causa della partenza del padre, di cui la madre la accusa frequentemente. Le cose cambiano nel momento in cui, in un momento di follia, la madre tenta di affogarla nella vasca da bagno; Norma, riuscita a divincolarsi, scappa dai vicini che la accolgono senza esitazione. A questo punto, Gladys viene internata a Norwalk e la piccola consegnata contro la propria volontà ad un orfanotrofio. Norma si ritrova così da un giorno all’altro orfana sia di padre che di madre.

Bruscamente, il montaggio ci proietta molti anni più tardi. Norma è ormai cresciuta e, senza che ci sia data la possibilità di capirne le dinamiche, già trasformata nella seducente Marilyn Monroe alle prese coi primi ruoli. Nel 1952, la osserviamo a Los Angeles, al Circolo degli attori, dove entra in contatto con Charlie Chaplin Jr. ed Edward G. Robinson Jr., due figli d’arte, come lei ripudiati dai rispettivi padri, con i quali instaura una forte amicizia che ben presto tra loro nascerà uno scandaloso ménage à trois da prima pagina. Rimasta incinta, decide a malincuore di rinunciare al bambino, per paura di trasmettergli la malattia della madre.

Conclusa l’esperienza con “i gemelli”, questo era il nome che si erano dati, è la volta di Joe DiMaggio, ex-campione di baseball, che non accetta di vedere la moglie vendere il proprio corpo come carne da macello. La loro storia giunge, così, repentinamente alla fine. Norma/Marilyn, arrivata a questo punto, decide di ricominciare da zero e inseguire il sogno del teatro, diventando padrona del proprio personaggio, e liberarsi dal ‘taglia e cuci’ cinematografico. Si sposta a New York nel 1955, dove il drammaturgo Arthur Miller la nota e se ne innamora, sposandola l’anno seguente. Spaccata tra la due vite, quella familiare di Norma e quella spettacolare di Marilyn, la protagonista comincia a mostrare le prime avvisaglie della malattia mentale. Perduto il bambino che aveva in grembo, Norma cade in depressione, e trova sollievo solo nei brevi momenti nei quali lascia il posto a Marilyn. Un’ultima parentesi con JFK segna il declino definitivo di Norma. Ridotta a una marionetta, mossa per inerzia dal personaggio che le era stato cucito addosso anni prima, ormai incapace di distinguere, come la madre, la realtà dalla finzione, Norma decide di togliersi la vita.

Adesso, finiti gli spoiler, possiamo cominciare. Quella che ci viene presentata davanti agli occhi da Andrew Dominik non è che una successione paratattica di scene, che non si discosta, se non per qualche guizzo visivo (come la sovrimpressione della cascata sull’orgasmo nel threesome), più che narrativo, dalla semplice elencazione degli avvenimenti, così come abbiamo fatto noi poco fa nell’articolo, e nemmeno così dettagliatamente. La pellicola procede infatti didascalica, fin quasi alla soglia delle tre ore, affrontando la vita di Norma/Marilyn in una prospettiva maschio-centrica: Norma esiste solo in funzione degli uomini che ha frequentato nell’ arco della propria vita; persino l’assenza del padre mai conosciuto, fil rouge narrativo del film, finisce per essere avvertita come l’ennesima e soffocante presenza maschile nella vita dell’attrice. Date, uomini, film, depressione: quattro elementi che si susseguono ciclicamente nello svolgersi della pellicola, quattro elementi che da soli non bastano a fare un film, nel quale bravi attori interpretano personaggi piatti, senza sfaccettature o qualsivoglia estro evolutivo per quasi tre ore (a noi è andata bene, un po’ meno a chi ha visto il girato!). I personaggi, tutti, compresa Norma, risultano sbiaditi, non meno del rosa Schiaparelli indossato da Marilyn nella scena ricostruita di Gentlemen prefer blondes (1953), qui in una versione meno shocking dell’originale. In conclusione, come Norma sia divenuta la Marilyn che conosciamo non ci è dato saperlo, mentre, al termine della lunga visione, sappiamo molto bene che lo schizofrenico alternarsi del formato, del colore e del bianco e nero sullo schermo, timido specchio della condizione interiore del personaggio interpretato da Ana de Armas, è senza dubbio il responsabile del nostro forte mal di testa.

Tommaso Quilici