La Venere degli stracci, opera di Michelangelo Pistoletto, ci appare a primo impatto ambigua, strana, quasi come se i due elementi dell’opera, per l’appunto la Venere e la montagna di stracci di fronte ad essa, stonassero, in un rapporto classico-moderno, opera d’arte-realtà che non rispecchia il gusto estetico a cui la Venere, ideale di bellezza e sensualità, è di solito associata.

L’opera venne realizzata partendo da un calco in resina, ricavato da un originale in cemento di proprietà dell’artista, e infine al suo interno colato del cemento. L’istallazione venne inaugurata nel 1967 ed è ad oggi una delle più famose e iconiche opere dell’arte povera, conservata presso la Fondazione Pistoletto di Biella. Negli anni successivi, l’artista realizzò altre installazioni presso importanti musei del mondo. Una copia è visibile presso il Museo di Arte contemporanea di Rivoli in provincia di Torino, mentre un’altra è situata presso la Tate Gallery di Liverpool.

Nella prima versione della Venere degli stracci del 1967, Pistoletto utilizzò una statua in cemento molto simile a quelle che vengono esposte nei giardini. Coprì poi la scultura con una vernice contenente polvere di mica, per renderne brillante la superficie. Il modello originale da cui venne tratta la copia è l’opera intitolata Venere con mela, realizzata nel 1805 da Bertel Thorvaldsen, scultore neoclassico danese, opera oggi visibile presso il Louvre di Parigi.

Tutto in quest’opera è basato su relazioni contradditorie, eppure inevitabili: l’immagine idealizzata della Venere si contrappone alla realtà banale degli stracci (materiale povero per eccellenza), informi e accumulati in modo disordinato. La banalità degli indumenti, gettati quasi come in una discarica, ci fa intuire che il frutto della modernità, il suo consumismo, la sua serialità priva dell’eccezionalità di una volta, è insignificante, “pattume” di fronte alla vera bellezza dell’arte classica, appunto incarnata dalla dea dell’amore e della bellezza.

La monocromia della statua si oppone all’insieme cromatico, casuale e non definitivo delle stoffe, una massa informe pronta a divorare la candida e statica statua. Qui la luce risulta annullata, inglobata dalla massa informe, che con le sue superfici opache ingoiano e corrompono la luce riflessa dalla statua.

Pistoletto è considerato uno dei maestri dell’Arte povera, nata alla fine degli anni Sessanta e maturata intorno al decennio successivo. Sono anni in cui concetti come quello della “sostenibilità ambientale” erano fantasie di una cerchia ristretta di studiosi e scienziati. Ecco la potenza dell’arte, essa assurge al ruolo di denuncia, monito, grido di dolore di tempi difficili e di una Terra morente. Per i poveristi, il concetto incarnato dall’opera era la componente determinante, qui veniva meno la necessità di dipingere o scolpire per creare opere tradizionali, bisognava piuttosto trasformare in bello, trasformare in qualcosa di valore ciò che per l’uomo non lo fosse. La definizione stessa di arte povera non è semplice, si tratta piuttosto di un modo di porsi, dal punto di vista storico-artistico, rispetto al contesto storico e sociale dell’epoca. Pistoletto, infatti, si limitò a trovare gli oggetti necessari e ad accostarli nell’installazione. Atto non di certo rivoluzionario, se pensiamo alla pratica del “ready-made” di Marcel Duchamp.

Anche la statua di Venere inizialmente era un feticcio privo di valore. Infatti, si trattava di una copia dozzinale in cemento destinata alla decorazione di giardini domestici. In particolare, l’artista decise di confrontare concetti opposti come duro/morbido, forma/informe, monocromatico/colorato, fisso/mobile, prezioso/senza valore, classico/contemporaneo, unico/comune, culturale/quotidiano.

L’arte non deve essere necessariamente plasmata da materiali nobili; semmai, come ci insegna la storia, è il talento dell’uomo a rendere nobili i materiali, è la sua capacità di conferire loro armonia, bellezza e vita a fare dell’arte quello che è: un tempio per lo spirito, un balsamo per gli occhi di chi guarda e sa ascoltare con il cuore.

Tommaso Amato