Al Ravenna Nightmare Film Festival approda il lavoro di Lorenzo Bianchini con Pierre Richard, artista da una lunga carriera nel cinema francese nei panni di un protagonista letteralmente rinchiuso nei suoi traumi passati.

Un uomo ormai anziano riceve lo sfratto. Entro pochi giorni dovrà lasciare la casa di una vita per andare chissà dove, lasciando ricordi e esperienze vissute, una routine e il luogo a cui ormai, dopo tanti anni, sente di non poter rinunciare. Ma lui non ha intenzione di andarsene. Decide di sfruttare uno spazio esiguo della casa e di murarlo, per nascondersi al suo interno e tramite una finta grata entrare e uscire a suo piacimento.

Trascorre lì il resto del tempo, rinchiuso in quel minuscolo spazio, mentre il tempo scorre intorno a lui, visibilmente impresso nelle mura consumate, nelle perdite d’acqua e nella polvere accumulata.

La sua quotidianità solitaria viene interrotta dall’arrivo di due nuove figure: una donna e una bambina, sua figlia, non vedente.

Il film si concentra sul rapporto tra il protagonista e la bimba, che con il passare del tempo si accorgerà della sua presenza.

A un festival di cinema horror viene proposto un film che, per molti aspetti – quasi tutti, se non forse per il sonoro marcatamente utilizzato per delineare le caratteristiche note del genere – sarebbe molto facile descrivere come drammatico. Uno scenario realistico in cui, per motivazioni a noi ignote, un uomo si rinchiude in uno spazio che potremmo paragonare a una prigione inconscia, per vivere e per aggrapparsi a ciò che non ha più.

Vi è mai capitato di perdere qualcosa d’ imparagonabile?

La perdita genera un trauma che inevitabilmente segnerà il resto della vita. E quale miglior scenario terrorifico, se non quello di non poter più riavere ciò in cui avevamo riposto le nostre certezze. Quale migliore situazione quella in cui ciò che terrorizza è quanto sia tutto così tangibile, realizzabile nella vita di ognuno, in forme e sfumature sicuramente varie e variegate. In un attimo tutto può cambiare, in maniera insanabile. La vita allora sembra svilupparsi in un loop infinito, in cui è impossibile – o molto difficile- guardare avanti e in cui si ripropone sempre il passato traumatico, per riviverlo.

E in casi come questi la paura è proprio quella di non saper rinunciare al passato, non potendo desistere dal riviverlo, come un rifugio e allo stesso tempo una prigione. 

La regia di Bianchini è visivamente dettagliata, scarna di dialoghi. L’occhio si muove nei luoghi vuoti della casa con maestria, forse lasciandosi troppo cullare dalla ricerca estetica e dalla piacevolezza delle immagini. Dell’ horror classico non è stato volutamente lasciato nulla, percorrendo una strada ancora nuova, quella in cui anziché cercare la tensione nello spettatore, la si crea lentamente attraverso la trama intricata. Il montaggio asciutto e con tagli sin dall’inizio indispensabili contribuisce a sottolineare la staticità della vita che il protagonista sceglie di vivere, in cui anche lo spettatore viene travolto, rendendo l’esperienza della visione un percorso difficile e insidioso.

Un lavoro di contaminazione importante di vari generi, in cui le aspettative iniziali fornite dal contesto Festival vengono stravolte e si aprono nuove possibilità.

Ma se pensate di voler vedere un horror e saltar su dalla poltrona per lo spavento, questo lavoro forse non fa al caso vostro.

Sarah Corsi