Il disagio. Un uomo senza una mano, la pelle giallastra, uno sguardo assente. Cosa stiamo guardando di preciso? Siamo di fronte alla depressione di un uomo, al suo agonizzante sopravvivere nella società contemporanea, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, e di cui Kirchner è il mostro scaturito. Il pittore, raffiguratosi nelle vesti militari, mutilato e sofferente, porge le spalle ad una donna. È l’arte. L’artista è costretto a darle le spalle: il suo disagio, la sua vergogna sono talmente intensi che non gli permettono di mostrarsi alla bellezza, di mostrarsi al mondo, o a quel che ne resta. Per capire l’uomo bisogna capire prima di tutto il contesto in cui è vissuto, e per Kirchner questo ha avuto un impatto estremamente rilevante. Dopo una serie di studi accademici, decise di aderire all’avanguardia espressionistica tedesca del Die Brücke, che a differenza di quello francese di Matisse era caratterizzato da una forte propensione alla denuncia politico-sociale.

L’Espressionismo fu la prima delle avanguardie artistiche del ‘900 europeo. Nacque come arte di opposizione, anti-naturalista e anti-impressionista. Gli impressionisti, infatti, guardavano la “realtà” come qualcosa da osservare dall’esterno, con i soli occhi e non con la propria anima. Al contrario, per gli espressionisti il “reale” era qualcosa di soggettivo, qualcosa da vivere dall’interno del proprio essere.

Insofferenti alle regole dell’arte, gli espressionisti seguirono unicamente le espressioni emotive della propria anima. Qualunque fosse il tema affrontato, il pittore espressionista dipingeva comunque sé stesso: non in senso fisico, ma il proprio stato interiore. I soggetti costituivano solo un pretesto per l’artista, che intendeva parlare di sé, del proprio disagio, del proprio tormento, dell’esasperante vivere nel mondo moderno.

Per tale motivo, la pittura espressionista non è quasi mai piacevole o elegante: al contrario, in essa emerge sempre qualcosa di aspro, di volutamente grossolano, con volti mostruosi e deformi, corpi femminili induriti da linee acute e spezzate, campagne tinte di colori innaturali.

Il periodo del Die Brücke durò dal 1905 al 1913, anno in cui il gruppo si separò a causa di correnti di pensiero differenti. In quegli anni, Kirchner riuscì tuttavia a sviluppare le sue opere più geniali e innovative, trasponendo in campo artistico una critica alla società del suo tempo. Ne è un esempio Cinque donne sulla strada del 1913, opera conservata presso il Ludwig Museum di Colonia. La tela raffigura cinque prostitute, abbigliate elegantemente e pronte a soggiogare gli uomini con la loro sensualità. Stonano, tuttavia, i freddi colori acidi che, contrapposti a quelli scuri degli abiti, creano un’atmosfera tetra e cupa. I profili stilizzati, i fisici longilinei sino all’inverosimile e le linee spezzate dei loro cappelli lasciano nello spettatore un senso di inquietudine e degrado, tipico della realtà borghese di quegli anni, lasciata alla deriva di sé stessa.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Kirchner si arruolò volontariamente nell’esercito, ma capì ben presto che ne sarebbe uscito psicologicamente distrutto: gli orrori a cui aveva assistito nelle trincee, le morti, le mutilazioni lo segnarono profondamente, al punto che, nel 1915, ad un anno dall’inizio del conflitto, fu vittima di un esaurimento nervoso, congedato in seguito per le cure.

I suoi autoritratti di quel periodo parlano più di mille lettere dal fronte, quello che vediamo davanti a noi è un uomo distrutto, annientato, senza anima, come si evince dagli occhi vuoti. Ed è questo il caso di Autoritratto da Soldato, dipinto nel 1915 durante il periodo di congedo, oggi esposta presso l’Allen Memorial Art Museum di Oberlin. Lo sguardo del pittore è assente, consapevole che sul fronte la morte giunge inaspettatamente per tutti. E lo dimostra il moncone ancora sanguinante, simbolo della sua paura per la guerra e delle conseguenze che questa può procurare. La mano, la stessa con cui dipingeva, è una lucida presa di coscienza della propria sconfitta: gli artisti non hanno più alcun potere né alcuna possibilità di cambiare il mondo, di educare la gente, di orientare le coscienze. La guerra aveva vinto.

I colori, pastosi e acidi, sono resi con larghe pennellate, nevrotiche e poco curate. Le linee spigolose e contornate di nero sottolineano ogni forma, rendendola innaturale e dura agli occhi dello spettatore.

Con la presa di potere da parte del partito nazista, le sue opere furono rimosse dai musei; alcune, nel 1937, vennero esposte alla Mostra dell’Arte Degenerata e in seguito bruciate. Umiliato, nel 1938, l’artista si uccise con un colpo di pistola.

Così finiva la vita tormentata di un uomo a cui la guerra aveva tolto ogni briciolo di speranza, e in questo modo l’arte non ci trasmette sempre bellezza, gioia, virtù, ma si adatta all’indole dell’artista.

Tommaso Amato