Mistero d’Autore [EP.2] Il Cuore Nero (Parte Seconda – Il Gatto Nero)

Il narratore mette le mani avanti; non è matto e non sta sognano, vuole solo raccontare gli eventi domestici accaduti senza commentarli, nonostante lo abbiano terrorizzato.

La presenza nelle prime righe del moferma personale “io” suggerisce un’enunciazione enunciata, cioè un débrayage enunciazionale e temporale. Quello che leggeremo è quindi un flash-back raccontato, scritto, dal protagonista degli eventi.

L’attante in questione è il Soggetto, colui al centro del storia. Come se fosse in una pagina di diario durante una seduta psico-analitica, lui racconta che fin da bambino fu così tenero di cuore e gentile da diventare zimbello di tutti i suoi compagni. Era dolce e aveva una grande passione per tutti gli animali, in particolare provava molto affetto per il suo gatto nero, chiamato Plutone, il preferito fra i tanti che adesso aveva con sua moglie.

Percepiamo subito l’intesità di piacere che viene direttamente dal cuore, provata per l’amore disinteressato degli animali.

Ma qualcosa cambia, comincia a fare azioni di una diabolica intemperanza che lo portano a una radicale trasformazione in peggio. Si rivela subito attraverso un nuovo débrayage enunciativo, parla con il lettore e ammette: «che razza di malattia è l’alcool!».

Il suo lasciarsi affogare nel vizio ne svela il vero carattere e maltratta gli animali e la moglie.

Plutone sente i peggioramenti del suo carattere, lo evita, e il protagonista reagisce con una «dannata atrocità». Prende dalla tasca un temperino e gli cava un occhio.

Da quel momento avrà un sentimento superficiale di pentimento, ma non nel profondo dell’anima. Si tuffa di nuovo negli eccessi ed affoga nel vino i ricordi del fatto. Sembrava che il gatto non sentisse più dolore (come se l’orbita vuota significasse un’assenza di anima) e lui nota l’antipatia che adesso prova il suo vecchio compagno di giochi nei suoi confronti, causandogli sofferenza. E quel dolore si trasforma in irritazione, e quella irritazione fa comparire in lui lo spirito della perversità; compie un’azione vile che non doveva fare, si lascia andare agli impulsi primordiali del cuore umano. Si viola la legge perché comprendiamo che di essa si tratta. E’ in questo punto della storia che rivela nuovamente il suo pensiero e sente di avere una propensione dell’anima a «torturare se stessa», quindi a compiere male per il piacere di farlo, fino a dover continuare la sua ‘offesa’. Una mattina, a sangue freddo, fa scorrere un cappio intorno al collo dell’animale e lo impicca.

Il rimorso tormenta il suo cuore, lui è consapevole che il gatto lo aveva amato, e che in fondo non gli aveva dato nessun motivo di offesa ma proprio per questo lo ha dovuto uccidere perchè così sapeva che avrebbe commesso un peccato, mettendo in pericolo la propria anima, con nessuna misericordia possibile.

 

Il protagonista è svegliato dal grido «Al fuoco!», la sua casa è in fiamme. Lui e sua moglie riescono a scappare prima che sia troppo tardi e nelle rovine della casa una sola parete non era crollata, una di quelle divisorie, dove c’era appoggiata la testa del letto. Sulla parete bianca, come scolpita in bassorilievo, è presente la figura di un giantesco gatto nero, con intorno al collo una corda. Tra meraviglia e terrore, il protagonista vuole darsi spiegazioni per ciò che è accaduto. Non vuole cercare il nesso tra causa ed effetto ma sa che tra disastro e atrocità comesse potrebbe esserci un collegamento, lui vuole solo raccontare i fatti e cerca una riflessione oggettiva. Il gatto, impiccato in giardino, poteva essere stato lanciato in casa da qualcuno attraverso la finestra e compresso nell’intonaco ancora fresco.

Appare il fantasma del gatto nei suoi pensieri, e sembra rimorso quello dentro di lui, ma non lo riconosce nel suo profondo.

 

Qui si apre un’altra fase del racconto. Il protagonista è alla ricerca di un nuovo gatto (nuovo oggetto di valore) perchè ne sente la mancanza. E sarà proprio in una taverna, dove lui è cliente abituale, a trovare vicino alle botti di Gin e Rum un gatto nero uguale a Plutone. Unica differenza, una macchia bianca sul petto. Portato a casa però non si aspetta che la predilizione del felino nei suoi confronti potesse procuragli fastidio e disgusto fino a far tornare amarezza e odio. (forse non vuole quelle attenzioni perché semplicemente sa di non meritarle? Si ha un ritorno al continuum narrativo non voluto, ma ricercato.)

Evita l’animale perché non vuole maltrattarlo, perché riconosce un po’ di vergogna nel precedente atto. Si limita a guardarlo con «insopprimibile ripugnanza», e una mattina si accorge che quel gatto è privo di un occhio, con annesso aumento di odio nei suoi confronti.

La moglie cura l’animale, possiede quell’umanità di sentimenti, una volta appartenente anche al protagonista che lui riconosce come «fonte di semplici e più puri piaceri».

Comincia a chiamarlo «bestia», poi anche «cosa», e il cieco terrore aumenta, quasi vergognandosi di dirlo al lettore, mentre la macchia bianca si definisce forma precisa nella figura di una forca, «terribile macchina dell’orrore e del crimine.» Ed è a questo punto che ritroviamo  un  débrayage spaziale/temporale che ci rivela che il narratore interno/protagonista si trova in una cella di “delinguenti”.

Prova un gran dolore dalla «bestia bruta» (proprio perché lei lo ricopre di attenzioni), il suo peso è eternamente incombente sul cuore. Se ne sarebbe liberato se ne avesse trovato il coraggio. I più neri pensieri , malvagi, diventano i suoi padroni.

Ed è la moglie che finisce per trovarsi in mezzo ai suoi scoppi di furia. Mentre scendono nella cantina del vecchio edificio, per un vicenda domenstica, il gatto lo fa accidentamente cadere e lui, preso da una furia demoniaca, prende un’ascia, dimenticando la paura “infantile”, e si prepara a sferrare un colpo. Ma la moglie lo blocca, messasi in mezzo per difendere il felino, così il protagonista finisce nell’affondare le scure nel cervello della consorte.

Il secondo delitto è visto dai suoi occhi come un incidente, e decide di murare il cadavere in una parete della cantina (come si “legge” facessero i monaci nel medioevo). Utilizza un intonaco simile a quello già presente per non dare impressioni di manomissioni. E’ soddisfatto ma vorebbe uccidere anche il gatto, il mostro «causa della sciagura», ma non si trova più.

Adesso il protagonista non è più tormentato e torna a dormire sonni tranquilli.

 

Ma la tranquillità dura poco, perché una pattuglia di polizia esegue una rigorosa ispezione della cantina per trovare il corpo scomparso. Nessun muscolo del suo corpo trema, il suo cuore batte come quello di chi dorme innocente.

I poliziotti stanno per andarsene quando il protagonista sente il bisogno di rivelare l’incredibile lavoro fatto per occultare il cadavere. Prova gioia (ne ha ora pieno il cuore) e brucia dal desiderio di dire qualcosa di trionfante, quasi stenta a trattenersi. Con un bastone mostra come le pareti siano robuste e colpisce pesantemente quel tratto di muro dove si celava il cadavere («della sposa del suo cuore»).

In quel momento una voce, un lamento risponde all’interno della “tomba”, un ululato, un grido, «per metà di orrore, per metà di trionfo» il quale sarebbe potuto venire solo dall’inferno.

Vengono demolite le pareti e trovano il corpo in decomposizione e sulla sua testa, «l’unico occhio di fuoco», il gatto.

Il finale si chiude con le parole del soggetto nel momento dello schema narrativo canonico della sazione: L’astuzia dell’orrenda bestia lo ha portato al delitto, la voce rivelatrice lo ha consegnato al boia.

Lorenzo Console

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