Jago. L’arte come questione esistenziale

English version English-Language-Flag-2-icon
Versión en español es_flag

Mercoledì 13 settembre ho avuto l’occasione di poter fare una bellissima chiacchierata al telefono con Jacopo Cardillo, in arte Jago e nato nel 1987, per parlare del suo lavoro di scultore in marmo e in generale dell’essere un artista nei nostri giorni.

Non smetterò di ringraziarlo per il suo tempo e la disponibilità, e andate a seguire la sua pagina Facebook per rimanere aggiornati sui suoi fantastici lavori!

17098002_954791777990757_3507261767949566138_o.jpg

Ciao Jago! Grazie mille per la disponibilità innanzitutto! Vorrei iniziare parlando delle tue origini: ho letto dalle tue informazioni personali che sei di Anagni, una cittadina del Lazio, credi che il tuo luogo di nascita ti abbia influenzato in qualche modo?

Sono in realtà nato a Frosinone e Anagni è a 25 minuti in macchina dalla città, ho frequentato le scuole elementari e medie proprio ad Anagni e poi le scuole superiori e un anno circa di Accademia a Frosinone.

Sicuramente essere cresciuto in una città medievale come Anagni a un attimo da Roma è stato importante, il contesto ambientale in cui un bambino cresce credo  sia fondamentale, pensa anche solo a un ragazzo africano con un grande potenziale per la musica però obbligato a tenere in mano delle armi, quanto cambia l’ambiente. Essere cresciuto in un piccolo centro con una qualità della vita e tranquillità maggiore e stare a un passo da Roma è stato doppiamente importante in quanto la città è estremamente stimolante e con possibilità maggiori per gli spazi, che magari in un altro luogo avrebbero reso più difficile la realizzazione del mio desiderio, della mia idea di fare arte.

È stato importante anche la presenza di mia madre, professoressa di educazione artistica alle medie e che in passato ha studiato scultura a Roma, e quando organizzava gite con le sue classi mi ritirava da scuola per andare a vedere con lei monumenti artistici romani e mi sono innamorato di quei luoghi, e mi sono riconosciuto in quelle cose.

Ho sempre avuto predisposizione nel disegno e nelle attività manuali, e avendo anche mio padre che lavora come scenografo, hanno notato questa predisposizione e mi hanno sempre sostenuto nella mia arte.

Come per effetto che c’è il desiderio di emulazione da bambino vedendo i grandi maestri del passato, come c’è chi vuole diventare come Maradona, io allo stesso modo io facevo con il Michelangelo o il Bernini.

Oggi invece vorrei assomigliare a me stesso.

Beh, magari partendo proprio da quei maestri sei partito da alcune ispirazioni per poi cercare di scoprire il tuo stile.

Non direi neanche stile, a me interessa molto poco, un po’ come quando chiedono ad un musicista “che genere suoni”.. è in realtà una domanda a cui non saprei rispondere, ma perché non me la faccio neppure, sinceramente faccio quello che mi interessa nella misura in cui è un’opportunità di lavorare per me stesso.

È un modo che io ho, quello di fare arte e scultura, per indagare la realtà, per orientarmi e per capire il mondo; come un vocabolario: mi serve per tradurre con il mio linguaggio la realtà che mi circonda.

Come è stato il primo approccio agli strumenti del mestiere?

È stato in realtà molto naturale, avendo un’ottima manualità non ho avuto problemi di quel tipo.

Tecnicamente chiunque di noi può imparare ad usare un mezzo, per me è stato facilissimo, avevo già sfogato la creatività con il disegno, e con il marmo ero consapevole di quello che volevo fare il problema è stato solo quello di iniziare – ma parliamo di minuti – per capire la consistenza di quel materiale.

Una volta che hai capito come funziona ci metti cinque minuti, e poi vai avanti automaticamente.

jago01.jpg

Sei affezionato ad un’opera in particolare?

C’è in realtà un’opera di cui stavo scrivendo prima, che è “Memoria di sé”, ed è una scultura di un bambino che si trova all’interno di una calotta cranica e che a sua volta è dentro un sasso di fiume. C’è anche un altro lavoro che è “Ego”, che è la mia prima mano che ho fatto ed è completamente lucidata in maniera rigorosa, è un autoritratto quello e mi è servito molto. Ma in realtà non mi preoccupo molto di abbandonarli, fare arte è una sorta di restituzione, è come fare un figlio che lo metti al mondo, e lo restituisci per fare la sua strada. L’arte è un modo anche per sopravvivere, è il mio lavoro, e quindi di conseguenza vado un po’ oltre quell’attaccamento perché altrimenti non riuscirei a sopravvivere e non riuscirei ad avere il denaro necessario per re-investire nel mio stesso lavoro, quindi sarebbe un cane che si morde la coda.

Ho visto che la tua pagina Facebook piace a più di 200.000 persone ( per essere precisi 203.445 al momento in cui sto scrivendo), e riflettevo che comunque è decisamente un bel successo in un periodo dove l’arte contemporanea viene alle volte vista male e gli artisti contemporanei vengono declassati con la frase “Lo potevo fare anche io”. Com’è essere un artista riconosciuto in questi anni per te?

Ma di base se agli artisti viene detto qualcosa di male, forse è colpa loro (ride). Io personalmente ti posso dire che ieri (cioè martedì 12/09/2017) c’è stata l’inaugurazione della mia mostra a Monza e il mio successo è stato trovare davvero tantissimi giovani e tante persone che normalmente non frequentano l’ambiente, come la signora che lavora al bar di fronte alla galleria da anni ed ha deciso di venire a vedere le mie opere: per me questa è la cosa importante, vedere persone che magari ti dicono “io non ci capisco nulla, ma sono partito da Bari pur di vederti qui”. La rivoluzione è portare queste persone dentro le gallerie, non chi pensa di capire qualcosa di arte. Perché la verità è che nell’arte non c’è nulla da capire. Perché è meno artistico un bel paesaggio? Cosa dovrei spiegare di un paesaggio?

L’arte è la nostra stessa identità, libera però! Nel momento in cui devi spiegare e raccontare le cose e dare un nome, li entra la diversità.

Il web mi da l’opportunità di poter parlare direttamente con le persone, soprattutto giovani, in maniera trasversale, ogni giorno riceviamo circa 50-70 messaggi da studenti dell’Accademia, studenti di storia dell’arte e di persone che semplicemente si innamorano di una mia opera o ti seguono nel percorso, e quindi c’è l’opportunità dell’arte di poter essere trasversale e non solo per pochi eletti che la possono capire. Quando in realtà non c’è nulla da capire, se ti innamori di una cosa quello è.  Poi va benissimo la speculazione concettuale, ne possiamo parlare per andare oltre e condividere dei pensieri, ma la comprensione delle cose è un problema della contemporaneità. Credo che parlare di arte contemporanea sia un disastro, bisognerebbe tornare un po’ indietro quando c’erano gli accademici delle Belle Arti, e questo è dimostrato dai risultati: il 95% dei ragazzi che frequenta l’accademia non segue un lavoro nell’ambito inerente al percorso artistico. Le maggiori gallerie del mondo, anche quelle con pubblico elitario si iscrivono a social come Facebook o Instagram, per arrivare al pubblico, e perché al pubblico interessa  che gli fanno gola, e perché hanno percepito che le cose stanno cambiando. A me non interessa la notorietà, a me interessa usare questo mezzo multimediale incredibile che può creare connessioni per darmi un’opportunità, perché il feedback che ricevo rispetto al mio lavoro è incredibile, e quindi mi sento di imparare, e sapere cosa pensano 200.000 persone e scoprire che la vedono in modo diverso avendo come punto comune la tua opera è bellissimo.

Anche con le gallerie c’è l’idea che l’artista si debba presentare e che la galleria ti faccia pubblicità, ma in realtà è una pubblicità condivisa per entrambi, oggi l’artista deve essere manager di sé stesso o come un’atleta sponsorizzato, sta cambiando tutto e fra poco verranno sostituiti i testi che si studiano nelle accademie.

Sempre dalla tua pagina Facebook ho visto che pubblichi i video dei “making of” ovvero il dietro le quinte della progettazione di un’opera in time lapse, velocizzato in un paio di minuti circa, e inoltre in un video presente sulla pagina hai affermato che secondo te alle volte scoprire il making of è più interessante dell’opera stessa. Ma nella realtà quante ore di lavoro impieghi nella realizzazione di un’opera?

Io lavoro tutti i giorni, dalla mattina alla sera, anche perché in continuazione svolgo la mia attività artistica, che non si risolve soltanto con la scultura ma con la progettazione video, montaggio, la realizzazione della musica, la comunicazione su Facebook. Quotidianamente io passo del tempo nella realizzazione, 1 ora/1 ore e mezza come esercizio creativo sul web.

Sicuramente per le mie opere ci impiego tante ore, perché le faccio da me, non faccio parte di quella schiera di artisti contemporanei per la quale vale unicamente l’idea o il concetto e si fanno realizzare le opere da altri. Per me è fondamentale il fatto di poter toccare le cose, modificarle e manipolarle da me.

Perché penso che stia lì il valore dell’opera, perché credo nel valore del gesto.

Fare il video in time-lapse per condividere il dietro le quinte penso che sia un elemento in più di valutazione, e credo che a livello della certificazione dell’opera, fra un po’ di tempo il collezionista stesso  richiederà il making of dell’opera. Perché la maggior parte degli utilizzatori del web accedono ai contenuti attraverso il video e sempre meno le parti testuali, questo vuole dire che per comprendere le cose e indagare e per informarsi noi abbiamo bisogno del video. E sono convinto che fra non molto gli stessi collezionisti, o chi compra un’opera, pretenderanno il making of, per capire come è stata fatta.

14047164_835883889881547_8341203121501532993_o.jpg

In generale nella vita che cosa ti piace fare? Pensi che una canzone o un film ti abbiamo ispirato/influenzato per la creazione di un’opera?

Sono sempre stato uno sportivo, a  13 anni ero cintura nera di Karate, e lo facevo ad alto livello, e mettevo da parte il disegno e il desiderio per scolpire, avrei voluto essere sempre qualcun altro.

Anche se in realtà quello che mi piace è lavorare, l’unica cosa che mi fa stare bene, come una meditazione. L’arte non è una cosa che mi serve per campare, è proprio una questione esistenziale.

Il cinema ad esempio mi piace molto, anche se ho sempre poco tempo perché le attività che porto avanti mi catturano sempre molto tempo. Questo mi porta ad essere sempre in giro, per esempio ora sono a Verona, ed è bello perché mi da la possibilità di andare per città e portare il mio lavoro anche in altre città, mi lascio contaminare e faccio esperienze incredibili, e quindi in qualche modo sono sempre in viaggio.

Anche la musica mi è sempre piaciuta, e insieme al cinema sono state cose fondamentali.

E mi serve, anche quando faccio i montaggi video cerco sempre di vederlo come aspetto tecnico del cinema, e cerco di riprodurre con i miei mezzi limitati.

Tra i film che mi piacciono ci sono quelli di Guerre Stellari, documentari come la Fabbrica dei sogni di George Lucas sulla realizzazione di Guerre stellari dal punto di vista artistico e delle difficoltà, ma anche altri grandi capolavori come Shining, o anche più dal punto di vista della Computer Grafica come Matrix, e anche di questo ho visto un documentario sulla realizzazione e su come hanno poi risolto le difficoltà anche economiche per girare il film.

Qual è la soddisfazione più grande da quando lavori come artista? Quale riconoscimento/premio o anche complimento che ti ha fatto pensare che stai seguendo la giusta e che piace quello che fai?

Semplicemente, vedere ieri a Monza all’inaugurazione della mostra, o come anche in altre occasioni simili, persone normali – ma loro si definiscono così – che si fanno un viaggio anche lungo per vedere la tua performance di scultura, questo tipo di movimento nuovo: riuscire a fare una cosa del genere con l’arte per me è una grande rivoluzione. Portare in una galleria già nota, con un suo pubblico anche elitario da generazioni e con conoscenze precise, un pubblico trasversale e di persone che magari non ha neanche mai girato per quella strada o in quella zona. Questo per me è un grande risultato e il mio riconoscimento più grande. È quasi una certificazione, vedere da grandi collezionisti nel campo da anni fino ai bambini.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Molto probabilmente sarò al MAXXI di Roma e farò anche una performance di scultura in 3D il  25 ottobre 2017, in esposizione collettiva. Sarò inoltre sicuramente ad ArteFiera a Bologna (2-5 febbraio 2018), sono in fiera a Barcellona 28-1 ottobre, Verona dal 13-15 ottobre, poi Düsseldorf dal 17-19 novembre , mentre l’Armony show a New York (8-11 marzo 2018).

 

Io ringrazio tantissimo Jago per il suo tempo e la disponibilità per questa intervista, vi consiglio caldamente di seguirlo sulla sua pagina Facebook e controllare gli eventi qui scritti, tra cui appunto ArteFiera 2018 a Bologna.

Agnese Monari

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...