C. Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) è stato uno dei più importanti scrittori e poeti francesi del XIX secolo, nonché anticipatore del decadentismo con l’opera I fiori del Male. Nella prima sezione di tale opera, è contenuto Spleen, il titolo di quattro componimenti di cui, senza dubbio, l’ultimo risulta essere il più celebre, nonché quello qui analizzato. 

La parola spleen deriva dal greco σπλήν (splēn), che significa “milza”, come la parola inglese. Nell’antica Grecia, infatti, si pensava che determinate emozioni corrispondessero a specifiche collocazioni interne in sede di organi. La milza era la sede sia della malinconia sia dell’eccessiva preoccupazione o ansia.

Lo “Spleen”, di cui parla C. Baudelaire, è un disagio psicologico e fisico. Una spaventosa sensazione senza nome che ingloba, assorbe e si impossessa della persona e in virtù della sua totalità di possesso sul controllo del soggetto pare assumere un carattere esistenziale. Esistenziale come un presagio, come una divinazione scagliata contro il soggetto dalla quale è impossibile sfuggire. L’intero “Spleen” è carico di simbolismo e allo stesso tempo crudo realismo, esattamente come si potrebbe dire di molti sintomi psicologici.

Da un punto di vista psicologico, il componimento si presta bene a metaforizzare quanto accade durante un attacco di panico, sia per la presenza di un climax d’intensità emotiva, sia poichè le immagini e le sensazioni vanno via via assumendo connotazioni di morte, sia poichè in entrambi i casi il soggetto fa i conti non tanto con se stesso quanto più con la terribile e temibile ansia e angoscia soverchianti.

In psicologia, secondo il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-5), l’attacco di panico è definito dalla “comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiunge il picco in pochi minuti, periodo durante il quale si verificano quattro o più di 13 sintomi fisici o cognitivi”. 

Nella totalità dei sintomi compaiono: palpitazione, cardiopalmo o tachicardia; sudorazione; tremori fini o a grandi scosse; dispnea o sensazione di soffocamento; sensazione di asfissia; dolore o fastidio al petto; nausea o disturbi addominali; sensazione di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento; brividi o vampate di calore; parestesie (sensazioni di torpore o formicolio); derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi); paura di perdere il controllo o di impazzire; paura di morire.

Un attacco di panico, può insorgere da uno stato di quiete o da uno stato ansioso che letteralmente sfugge al controllo e può definirsi “inaspettato” “atteso” o “situazionale”, innescando il tipico circolo vizioso di attacchi di panico ricorrenti. Tuttavia, solo ricorrenti attacchi di panico inaspettati possono circoscrivere un vero e proprio disturbo di panico (DP).

La struttura della poesia è incalzante e crea un clima di attesa verso qualcosa di sempre peggiore attraverso l’uso di un climax ascendente, a rendere perfettamente lo stato di crescente ansia fino al suo estremo: il panico. L’anafora delle prime strofe sottolinea l’ineluttabilità cui si va incontro: il soggetto che conosce l’attacco di panico non sempre riesce con questa consapevolezza a potersene liberare, a poterlo aggirare, a poterlo fermare. 

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio

sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni,

e versa, abbracciando l’intero giro dell’orizzonte,

un giorno nero più triste della notte;

Questa la prima strofa. L’antitesi  che si ritrova nel cielo, definito ossimoricamente “basso e greve” e “pesante come un coperchio” riconduce facilmente alla sensazione di asfissia e soffocamento, una sorta di claustrofobia all’interno di se stessi. Il coperchio, simboleggiano l’oppressione, si ritrova facilmente nel senso di oppressione al petto.

Quando la terra è trasformata in umida prigione

dove la Speranza, come un pipistrello,

va sbattendo contro i muri la sua timida ala

e picchiando la testa sui soffitti marci;

Tutto intorno, come dice questa seconda strofa, riconduce ad una sensazione da cui è impossibile sfuggire, la terra intera è un’umida prigione, lo scenario che si apre, o, meglio, lo scenario che si chiude intorno al soggetto lo fa sentire come impossibilitato a scappare. Dal panico, non c’è fuga possibile, non c’è soluzione, è una gabbia invisibile e, per questo, ancor più carica d’angoscia. La speranza di uscirne si tramuta in essere notturno e oscuro come un pipistrello, che ha tutt’altro che ali per potersi elevare. L’animale rende bene il caotico, frenetico, volo impazzato e rotondo di chi non riesce a trovare via d’uscita, tantomeno via di fuga. Lo scontro contro la propria impotenza, il pipistrello che “va sbattendo contro i muri” dà l’idea della vertigine di chi gira in tondo e non può nulla contro questa forza motrice, come una giostra impazzita, a dare un senso di vertigine, di nauseabonda instabilità.

quando la pioggia, distendendo le sue immense strisce,

imita le sbarre d’un grande carcere,

e un popolo muto d’infami ragni

tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,

Questa strofa mette luce in modo chiaro ciò che ora accade: le sensazioni fisiche descritte hanno subito un’inversione, esse sono la gabbia del corpo, l’interno ha preso il sopravvento sull’esterno, “imita le sbarre d’un grande carcere”. E’ appunto un gioco di imitazione: il corpo manda i propri segnali a dichiararsi vivo, eppure l’interpretazione che se ne fa è quella di imminente morte. Più il corpo simula, gioca a fare il vivo per farsi sentire, più il soggetto si convince che sia la copia (o il copione) della scena di morte cui va incontro, la fine ultima della propria libertà di esistere.

Tale convincimento non è altro che la messa insieme di tutti quei segnali corporei erroneamente interpretati, tale convincimento è quel “popolo muto d’infami ragni” che “tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli”. 

improvvisamente delle campane sbattono con furia

e lanciano verso il cielo un urlo orrendo,

simili a spiriti vaganti e senza patria,

che si mettono a gemere ostinatamente.

Il climax raggiunge qua il suo apice, in questa strofa che segue vi è il “picco” dell’attacco di panico: “improvvisamente delle campane sbattono con furia”.

Il terrore si compatta e si sfalda di continuo, con movimento d’affanno come il respiro. Ogni scontro partorisce figli di morte, “spiriti vaganti e senza patria” che nascono e “gemono ostinatamente” paure mai vissute di poter morire contro ogni logica e cronologica cognizione: paura di morire d’infarto, paura di morire soffocati, paura di svenire e non riprendere mai più co(no)scienza, paura di perdere ogni sensibilità corporea, paura di impazzire e basta, paura di morire e basta.

– E lunghi trasporti funebri, senza tamburi né bande,

sfilano lentamente nella mia anima; vinta, la Speranza

piange; e l’atroce Angoscia, dispotica,

pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.

L’ultima parte del testo è allegorica di una morte presagita e imprescindibile, una morte che è anch’essa fisica (i “lunghi trasporti funebri”) ma anche psichica (“vinta, la Speranza piange”).

La morte psichica è nell’immaginario comune il “venir meno” della ragione, della lucidità e quindi sinonimo di pazzia, qualcosa che colpisce alla testa, descritta come “l’atroce Angoscia, dispotica” che “pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo”. Morte fisica e psichica fanno riferimento alla conditio sine qua non dell’attacco di panico: la presenza della paura di morire o di impazzire, l’annichilimento del soggetto e di ogni sua forma. Entrambe le sensazioni assumono un carattere di imminente e devastante condizione di pericolo per la propria vita, che portano spesso il soggetto a rivolgersi al pronto soccorso. 

Da un punto di vista psicoanalitico, secondo J. Lacan, qualcosa nell’attacco di panico eccede. Eccede la pulsione di morte, o, come intende Lacan, eccede il godimento, la “jouissance”. La jouissance di cui parla lo psicoanalista si può tradurre proprio con il termine “eccesso”; tale godimento è un eccesso che scompagina l’equilibrio del soggetto, irrompendo e rompendo gli argini, scollegandolo dall’Altro e, in tal senso, è godimento autoerotico e mortifero. In questo caso specifico, è il corpo che “gode” di questa pulsione di morte e che si fa sentire, come surplus, contro la propria volontà. Di conseguenza, il corpo che viene demonizzato come il nemico, in questo stato di forte disagio, risulta in realtà essere molto più probabilmente l’ultima vittima di un angoscia deflagrante che implora aiuto. Viene abbattuta dunque quella barriera, quel confine che esiste tra lo “spirito che geme” e il corpo e tra il corpo e la nostra mente. E’ il corpo che non contiene più, che viene schiacciato al di sotto di una potenza molto più forte delle sue risorse e che, dunque, sfugge di mano, toglie il controllo, si sbriglia dalle redini. Il corpo, non fa più limite. L’angoscia s-catenata inonda e soffoca potendo aggirarsi randagia e senza padrone al proprio interno.

Non ci si accorge, però, che l’angoscia implora aiuto e che il nostro corpo, odiato poiché interpretato come l’unica fonte di pericolo, sarebbe in realtà il nostro miglior alleato, in quanto permetterebbe di riconoscere che qualcosa non va facendo gridare il soggetto passando per una sofferenza, in realtà, tutt’altro che corporea.

Valentina Moscatiello


BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association. (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5®) . Pub psichiatrico americano.

Baudelaire, C. (1981). Baudelaire: scritti selezionati su arte e artisti . Archivio CUP.

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Minois, G. (2005). Storia del mal di vivere: dalla malinconia alla depressione (Vol. 61). Edizioni Dedalo.

Recalcati, M. (2002). Clinica del vuoto. Franco Angeli, Milano.

Recalcati, M. (2012). Jacques Lacan: Desiderio, godimento e soggettivazione. Cortina.

Recalcati, M. (2019). Il vuoto e il resto: il problema del reale in Jacques Lacan. Mimesis.

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