La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.

          [G. Parise]

I Sillabari di Goffredo Parise escono nel 1984 e sono un particolare libro di formazione, di abc, che legano una coscienza infantile ad una adulta:  l’autore vuole fornire dei punti di riferimento per attraversare il sentiero esistenziale. Per raggiungere tale obiettivo, Parise evita sovrastrutture idilliache e immaginifiche, presentando piuttosto personaggi umili e semplici, abituati alla fatica di vivere. Tali figure hanno uno sguardo vitale, parlano poco, ma vivono la vita in modo profondo; è proprio da questi sguardi che si dispiega la vicenda di ogni racconto e da cui il lettore riesce ad entrare nel cuore della narrazione e nella mente dei suoi personaggi.

Etichettare un libro come questo risulta difficile e fuorviante, essendo quella di Parise un’indagine compiuta su diversi tipi di scrittura: romanzo, racconto, reportage, scritto teatrale, sceneggiatura cinematografica, critica d’arte e poesia. Parise stesso, nell’avvertenza introduttiva alla composizione dell’opera, ha definito i suoi Sillabari delle poesie in prosa

I racconti avrebbero dovuto descrivere i labili sentimenti umani, seguendo un ordine alfabetico; tuttavia, alla lettera S si arrestano, lasciando l’opera incompiuta.

Propongo adesso una breve introduzione della voce Amore, la prima che incontriamo, in cui si ha subito un’apparizione di una donna non guardata abbastanza bene; il narratore soccorre il suo personaggio distratto e ci offre lui una descrizione della figura femminile che non risponde per niente al prototipo stilnovistico della donna oggetto di desiderio. Parise ci offre qui una controimmagine lirica: la donna descritta ha lunghi capelli rossastri, un volto dalle ossa robuste e mani tozze con unghie molto corte.

Il marito, un uomo tarchiato con occhi sottili e diffidenti in un volto rinchiuso pareva respirare con il collo gonfio e gli ricordò i ranocchi cantanti. Aveva però caviglie fragili e senili e le due cose, collo e caviglie, davano al tempo stesso un’idea di forza e di debolezza.

È questo un principio di metamorfosi del mostruoso, dell’umano in animale a cui si aggiunge un elemento ossimorico di debolezza e forza che convivono. 

Dopo poche righe, tutto ciò che abbiamo saputo della signora nella descrizione introduttiva viene stravolto e avviene un cambiamento radicale: il narratore la definisce ora bellissima. È un meccanismo di puro straniamento, la cui immediata conseguenza è un effetto comico: «L’uomo […] sentì aumentare comicamente le pulsazioni del suo cuore». Ma cosa vuol dire un’affermazione del genere? Parise sembra lasciare al lettore la possibilità di scegliere quale senso dare a tale affermazione e colmare certi punti della narrazione.

Si rividero a una grande festa, il volto di lei, nella grossa testa rotonda era bellissimo, impaurito e infelice ma c’era anche in quel volto, purtroppo, un’ottusa superbia che lo ferì e soprattutto ferì i battiti del cuore che rallentarono e diventarono normali. […] il suo volto era tumefatto dal dolore e dalla vergogna e due solchi erano apparsi agli angoli della bocca fin quasi al mento.

Il volto della donna, stando a questa descrizione, ci fa pensare a un dipinto cubista. Poi ci troviamo davanti a un altro principio di straniamento: non si è tumefatti dal dolore o dalla vergogna, è una metafora molto forte e spiazzante che sta a indicare una tumefazione interiore. La descrizione del volto della donna segue la tecnica cinematografica del primo piano, che mette in risalto i particolari dei solchi che circondano la bocca di lei. 

L’uomo tuttavia si innamora, ricambiato, di questa donna che è sposata con un altro uomo che ci viene descritto come brutto e brutale. Poi, in risposta ad una frase forse troppo audace del protagonista, ella si rifugia nella propria dignità ferita e ciò che per un attimo abbiamo pensato potesse essere non sarà mai.

Non vide più la coppia degli sposi, pensò a lei e sempre gli parve che fosse passato molto tempo. Invece erano passati solo pochi mesi ma il sentimento che lui e la giovane signora avevano provato (e qui descritto) era tale che essi, senza volerlo e senza saperlo, avevano vissuto e disperso nell’aria in così poco tempo alcuni anni della loro vita.

Si capisce allora come il lettore rivesta un ruolo chiave nell’opera, diventa coprotagonista del racconto, a cui partecipa in modo critico per colmare quei vuoti lasciati dall’autore.

Quella dei Sillabari è una scrittura precisa e sospesa, così come la vita. Parise cerca l’essenziale, e lo fa attraverso racconti brevi come sono brevi le emozioni che proviamo, istantanee di vita.

Ilde Sambrotta