Quando si parla di Mario Bava, viene sempre fuori l’argomento un po’ inflazionato del “genio dell’artigianato” che, con budget ridottissimi, attori cani e pochissimo tempo creava dei film estremamente dignitosi, ma pur sempre di “serie B”.

Personalmente penso che questo argomento sia un po’ troppo pudico. 

Mario Bava ha fatto dei GRANDI film. Punto.  

Con due pietre buttate là, un po’ di cuoio sintetico, delle luci di Natale e tanto fumo, il MacGyver del cinema è riuscito a tirar fuori Terrore nello spazio. Un film con una fotografia pazzesca, un disegno dei costumi e degli interni delle astronavi che è superiore a molte delle cialtronate odierne, una colonna sonora inquietante e sperimentale.

A rendere speciale questa incursione nella fantascienza di Mario Bava non ci sono solo l’aspetto tecnico-realizzativo e l’influenza che avrà sul cinema futuro (Alien, L’alba dei morti viventi per citare i due più ovvi), ma anche alcune riflessioni che emergono durante la visione.

Intendiamoci, Terrore nello spazio ha una trama precaria e poggia su vari elementi fantascientifici ammassati un po’ alla rinfusa. Per questo, il vero tocco di classe si vede nei momenti in cui la protagonista è l’assenza, in cui si lascia spazio alla forza evocativa dell’ignoto, dello sconosciuto e dell’invisibile… insomma, quando si evita di girare delle scene destinate alla pattumiera e si fa lavorare l’immaginazione dello spettatore.

“Quante cose assurde sembrano e poi in realtà sono su questo pianeta”

Quello che affascina ancora di Terrore nello spazio è l’atmosfera fumosa che ricorda una sala da oppio, il vortice di confusione in cui le astronavi gemelle sono intercambiabili, come in un gioco di specchi dove non si sa più quale sia la Galliot e quale la Argos, se esistono davvero entrambe o se una non sia un miraggio, un’esca.

Il pianeta Aura piega le leggi della fisica al proprio volere o sono gli strumenti delle astronavi che non funzionano bene? Sono i sensi ad essere confusi o è la realtà che è completamente diversa? Chi è umano e chi non lo è più? 

La prima mezz’ora del film fa venire in mente Solaris, con i segnali indecifrabili del pianeta, i comportamenti anormali di tutto l’equipaggio, la sensazione di allucinazione costante: una conferma del fatto che non c’è bisogno di effetti speciali o mostri fatti in CGI per fare della buona fantascienza.

“Sentite Mark e se tutto questo fosse un incubo? Forse avete visto qualcosa che non esisteva,

forse è stata un’allucinazione”.

“Io non soffro di allucinazioni Karan, lo ho visto quei morti”.

“E se su questo pianeta i nostri sensi non rispondessero più?”

“Li ho visti, ti dico! E ho visto mio fratello morto!”

“E la scomparsa di Eldon allora? Lui non era un fantasma, un’allucinazione!

“Cerchiamo di riflettere. Forse c’è una spiegazione semplice e logica”.

Sfortunatamente per l’equipaggio, sul pianeta Aura la semplicità e la logica non saranno d’aiuto. Diventerà invece il miglior alleato del regista l’onnipresente fumo, espediente nato per nascondere la desolazione del set e la scarsità dei mezzi: il velo che copre la realtà  e inganna la vista permette al film di ottenere il massimo risultato narrativo con poco sforzo e pochi elementi… un po’ come MacGyver.

Marco Lera