Amore, passione, lussuria, desiderio. Sono tutte emozione racchiuse in unico blocco di marmo, candida pietra che fonde in un’unica vibrazione la carne degli amanti con l’ideale della pura bellezza.

Canova, sotto il suo scalpello, meticoloso e maniacale, ci fa intendere che questo stupore è destinato a crescere, ad infiammarsi con il fuoco della passione, in quello che forse è il suo più grande capolavoro.
Siamo di fronte al culmine di una delle storie più struggenti dell’Asino d’Oro di Apuleio. Psiche, fanciulla incredibilmente bella e seducente, provocò l’ira di Venere che, invidiosa della bellezza di una semplice mortale, decise di vendicarsi con l’aiuto di Amore (Eros), il quale avrebbe dovuto farla innamorare di un uomo rozzo che non la ricambiasse.
Tuttavia, quando Amore vide la fanciulla, rimase folgorato dalla sua bellezza. Quando Psiche fu portata da Amore nella sua dimora, i due trascorsero notti di passione, ma Amore non rivelò mai la sua identità, in modo da non scatenare l’ira della madre. Psiche venne meno al patto e vide il volto dell’uomo che le travolgeva i sensi: in seguito Amore, preso dall’indignazione, lasciò Psiche, che si gettò nello sconforto.
Intenzionata a ricongiungersi al suo amante, si dichiarò disposta ad affrontare una serie di prove per ottenere l’immortalità, superandole brillantemente, malgrado la loro atroce difficoltà. Queste erano state organizzate dalla stessa Venere che, presa dall’ira, decise di sottoporre la fanciulla alla prova più difficile: discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina di concederle un po’ della sua bellezza. Fu così che Psiche ricevette da Proserpina un’ampolla che in realtà conteneva un potente sonno eterno. Amore, venuto a conoscenza del tragico destino dell’amante, la soccorse e la risvegliò con un bacio.


Canova abilmente non ci mostra la scena del bacio vero e proprio, ma l’istante che lo anticipa, creando suspense, generando aspettativa. L’astrazione priva l’immagine di ogni passionalità, raggiungendo una dimensione ideale, in cui però persiste ancora la natura umana. È la rappresentazione dell’amor divinus, di  un amore che congiunge il divino al mortale.
La scultura presenta una complessa geometria compositiva che permette di osservarla da diversi punti di vista. Il vuoto assume un’importanza pari alle stesse parti scolpite, dove lo spazio tra le labbra delle due figure risulta essere il centro focale della composizione. Amore poggia il ginocchio sinistro a terra, mentre con la spinta della gamba destra si china in avanti, inarcando il proprio torso e al contempo flettendo la propria testa così da avvicinarla al volto addormentato dell’amata, che sorregge delicatamente con la mano destra; quella sinistra, invece, sfiora in modo romantico il seno di lei, tradendo un desiderio innegabile ma non espresso. Nel tocco delle mani, il marmo diviene carne. Psiche, semidistesa, rivolge il viso verso l’alto ed alza debolmente le braccia per accogliere il bacio di Amore, sfiorando con le sue dita i capelli di lui, le cui ali sono spiegate, come se fosse appena giunto a soccorrerla.


La visione frontale, per quanto sembri essere quella preferenziale, non esaurisce affatto i punti di vista dell’opera. È solo ruotando intorno all’opera che possiamo ammirare i dettagli e i quasi mutabili approcci dei due amanti, come se quello che si sta guardando non fosse solo pallida pietra fredda, ma caldi corpi che si aggrovigliano come fiamme.
L’opera, realizzata tra il 1787 e il 1793, è conservata presso il Louvre. Una seconda copia, realizzata per mano dello stesso Canova, si trova esposta al Museo statale Ermitage di San Pietroburgo. L’opera fu acquistata nel 1800 da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, che la trasportò nel palazzo reale di Compiègne, nelle vicinanze di Parigi. Nel 1808, quando i beni di Murat entrarono in possesso della Corona francese, Amore e Psiche passò insieme ad altre opere nelle collezioni del Louvre, dove tuttora dimora.
Amore e Psiche sono qui a dirci che nella storia dell’arte non si diventa necessariamente immortali con il volto più bello, ma semmai tramite la maniera in cui un’opera è capace di rendere partecipi del proprio messaggio: tutto sembra dipendere dal modo in cui ci si sente parte dell’opera stessa.

Tommaso Amato