Quando si parla di scultura antica, e nello specifico greco-ellenistica, un’opera tra tutte spicca per la sua bellezza e grandiosità, Il Laocoonte.
Durante il periodo ellenistico, alcune città greche, fra cui Rodi, Pergamo e Alessandria, diedero grandi contributi allo sviluppo artistico, rinnovandone il tradizionale linguaggio espressivo. A Rodi, nello specifico, si affermò un’importante scuola di artisti, nota soprattutto per la straordinaria produzione di opere bronzee e in marmoree.

Il Laocoonte venne prodotto appunto da questa fucina di artisti straordinari. Quello che venne ritrovato nel 1506 tra le rovine delle Terme di Tito a Roma è probabilmente una copia romana di epoca tiberina dell’originale in bronzo della seconda metà del II secolo a.C., ma che nonostante tutto impressionò enormemente artisti rinascimentali del calibro di Michelangelo, che lo definì «un portento d’arte».  La statua, ricavata da un unico blocco di marmo, venne acquistata subito dopo la scoperta dal papa Giulio II, appassionato collezionista di beltà classiche, e venne sistemata, in posizione di rilievo, nel cortile ottagonale progettato da Bramante all’interno del Giardino del Belvedere, proprio per accogliere la collezione artistica antica papale. Tale allestimento è considerato l’atto di fondazione dei Musei Vaticani, dove tuttora risiede. Da allora il Laocoonte fu uno dei pezzi più importanti di tutta la collezione, al punto da essere oggetto di un’incessante successione di visite, anche notturne, da parte di curiosi, artisti e viaggiatori.
Firmata Aghesandro, Polydoro e Athenodoro, è stata ritenuta per lungo tempo un originale, anche a causa di una frase di Plinio, che scrisse di averla ammirata nella casa dell’imperatore Tito.

L’autore originale del gruppo scultoreo volle trasporre il celebre episodio della guerra di Troia, poi ripreso nell’Eneide di Virgilio, della punizione del sacerdote troiano, da parte di Poseidone, per aver tentato d’impedire l’ingresso del cavallo di legno. Morì, quindi, stritolato da due serpenti, insieme ai figli Antifate e Timbreo.
L’intera opera, la cui mole contribuisce ad un effetto di stupore (infatti è alta 2,42 m),l è incentrata sul pathos del sacerdote troiano che, seduto su un altare lapideo, sofferente e disperato, si contorce nel tentativo di liberare dalle spire dei rettili sé stesso e i figli, che si rivolgono a lui imploranti, chiedendo aiuto. I corpi, sfigurati da uno spasmodico dolore, non lasciano intuire nessuna possibilità di salvezza, e il dolore, causato dai morsi dei serpenti, non solo fisico ma anche spirituale, rende grotteschi quei volti così ansiosamente rivolti al cielo in cerca di salvezza. La corporatura massiccia di Laocoonte, non certo tipica di un sacerdote, si contrappone alla fragilità e alla debolezza dei fanciulli che implorano, impotenti, l’aiuto paterno: la scena suscita commozione ed empatia nell’animo di chi guarda.

Quando il gruppo scultoreo venne rinvenuto, nonostante si trovasse in un buono stato di conservazione, presentava il sacerdote e il figlio minore entrambi mutili del braccio destro. Dopo un primo ripristino, forse ad opera di Baccio Bandinelli (che ne eseguì una delle prime copie, intorno al 1520, oggi agli Uffizi, per Giulio de’ Medici), del braccio del figlio minore e di alcune dita del figlio maggiore, artisti ed esperti discussero su come dovesse essere stata la parte mancante del Laocoonte. Nonostante alcuni ritenessero che il braccio destro fosse originariamente piegato dietro la spalla, prevalse l’opinione che lo ipotizzava esteso verso l’esterno, in un gesto eroico e di forte dinamicità. L’integrazione fu eseguita probabilmente in terracotta.

Durante le spoliazioni napoleoniche, la statua venne confiscata e portata a Parigi nel 1798. Fu sistemata nel posto d’onore nel Louvre, dove divenne una delle fonti d’ispirazione del neoclassicismo in Francia. Con la Restaurazione, venne riportata in Vaticano nel 1815, sotto la cura di Antonio Canova e restaurata.
Nel 1906 l’archeologo Ludwig Pollak rinvenne fortuitamente il braccio destro originario di Laocoonte nella bottega di uno scalpellino romano, che si presentava piegato, come Michelangelo aveva immaginato: l’arto, acquistato dall’archeologo stesso, fu poi donato al Vaticano e ricollocato alla spalla solo nel 1959.
Drammatico è il destino di coloro che si oppongono al fato, in un’epoca dimenticata, in cui gli dei, crudeli ed immortali, giocavano come fanciulli con le vite dei mortali.

Tommaso Amato