Il saggio di Byung-Chul Han si apre riprendendo il mito di Prometeo. Se il Titano della mitologia greca viene punito e incatenato proprio a causa della sua prontezza e generosità, ne “La società della stanchezza” l’uomo contemporaneo viene invece paragonato ad un Prometeo stanco, e le catene che lo imprigionano sono in netta contraddizione con la convinzione di essere un soggetto libero.

Il filosofo sudcoreano descrive alcune caratteristiche dell’individuo tardo-moderno, e in particolare affronta i disagi legati ad alcuni aspetti che contraddistinguono la società odierna e che spingono il soggetto ad essere sempre più competitivo e iperattivo, fino alla completa consunzione di se stesso.

Han introduce quella del XX secolo come una “società disciplinare”, così descritta anche da Michel Foucalt, e che si componeva principalmente di dispositivi di controllo imposti dall’alto per l’obbedienza degli individui. Di conseguenza, il secolo scorso era immerso in una dimensione immunologica il cui obiettivo consisteva nell’eliminare l’altro, l’estraneo che era fonte di pericolo e da cui, dunque, bisognava proteggersi. La dialettica della negatività di questa dimensione, come scrive Han, è stata sostituita nel XXI secolo da una dialettica della positività, che contraddistingue la cosiddetta “società della prestazione”, in cui il soggetto non deve più (solo) obbedire al “dover fare” contro la propria volontà, ma anzi è immerso completamente nella positivizzazione estrema del “poter fare” illimitato. Se prima l’individuo si scagliava contro le costrizioni e i divieti imposti dall’esterno, adesso il senso di libertà lo spinge a credere di essere padrone di sé stesso e delle sue azioni, tanto da andare oltre i propri limiti.  Per questo motivo patologie come la depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout sono sempre più diffuse nella società contemporanea, derivanti proprio da  un eccesso di positività, in un contesto in cui libertà e costrizione arrivano a coincidere nell’irraggiungibile desiderio di ottenere il massimo dalle proprie prestazioni. Il conflitto che prima era esterno all’individuo adesso nasce e si costruisce all’interno dello stesso, per cui ognuno vive nel terrore di non essere all’altezza delle aspettative proprie e di altri, e quindi accelera fino all’esaurimento. L’uomo depresso, dunque, è quell’animal laborans, così definito da Nietzsche, che, essendo l’unico responsabile delle proprie azioni, è allo stesso tempo vittima e carnefice poiché si auto-sfrutta del tutto volontariamente al fine di superare i propri limiti. È proprio in questo paradigma che risiede il paradosso dell’individuo contemporaneo, che si adagia sulla possibilità di una scelta fittizia.

Il passaggio da un tipo di società ad un’altra, però, è tutt’altro che discontinuo o frammentato. L’individuo, già a suo tempo disciplinato, non riesce a non essere un soggetto obbediente come la società disciplinare gli ha sempre imposto, ma al contempo si adegua alla nuova dimensione caratterizzata dall’azione e dalla prestazione. Dalle parole di Byung-Chul Han, infatti, si legge che “tuttavia il poter-fare non annulla il dovere. Il soggetto di prestazione resta disciplinato. Egli è passato attraverso lo stadio della disciplina. Il poter-fare incrementa il livello di produttività già raggiunto mediante la tecnica disciplinare, ovvero attraverso l’imperativo del dovere. Tra il poter-fare e il dovere non sussiste una rottura bensì una continuità.”

L’individuo apparentemente libero, in realtà, deve obbedire ad un nuovo obbligo, ovvero l’imperativo della prestazione. Per cui, se nel mito greco l’aquila divorava il fegato di Prometeo, nella società contemporanea quest’ultima rappresenta l’alter-ego della coscienza individuale, che si auto-divora inconsapevolmente. In questa società dell’iperattività, l’essere multitasking costituisce una capacità fondamentale e necessaria per poter sopravvivere. Ritenuta una tecnica innovativa poiché capace di gestire più di un’attività contemporaneamente, in realtà viene presentata dal filosofo come una risorsa tutt’altro che civilizzante. Il metodo multitasking, infatti, è utilizzato prima di tutto dagli animali nell’ambiente selvaggio, poiché è una tecnica dell’attenzione indispensabile alla sopravvivenza della specie. Nell’ambiente contemporaneo, invece, il crescente carico di impulsi, stimoli e informazioni porta il soggetto a disperdere la propria attenzione su più fronti senza concedersi nessuna tregua. Per questo motivo, l’individuo non ha più spazio per la “noia profonda” che sarebbe invece indispensabile per un processo creativo, ma riesce soltanto a perpetuare e a riprodurre costantemente ciò che già esiste. All’eccesso di positività imposto dalla società della prestazione andrebbe contrapposta questa noia, che paradossalmente darebbe vita a nuovi impulsi e nuove creazioni.

Il filosofo riprende poi il concetto di “Vita activa” di Hannah Arendt, per rivisitarlo e reintegrarlo in una prospettiva che dal suo punto di vista descriva al meglio la società odierna. Se, per Arendt, la società degradava l’uomo ad animal laborans, proprio in quanto basata sul lavoro, per Han questo non è più vero in quanto l’individuo non riduce più il proprio ego per annullarsi “nell’anonimo processo vitale della specie”, ma allo stesso tempo è solo apparentemente libero. Infatti la società della prestazione produce nuove oppressioni ed “è un’illusione credere che quanto più si è attivi, tanto più si è liberi”. A questo proposito, il filosofo porta l’esempio della stupidità della meccanica. Nonostante la sua enorme capacità di calcolo, il computer è stupido nella misura in cui è incapace di  fermarsi, e così l’uomo sta assumendo sempre di più le sembianze di una macchina.

Alla potenza positiva, cioè la potenza di fare qualcosa, andrebbe quindi contrapposta quella negativa, ovvero la potenza del saper dire no. La potenza negativa si distingue dalla totale impotenza, caratterizzata dall’incapacità di fare, poiché quella negativa sceglie di non fare, proprio in virtù del fatto che “libera da qualcosa che incombe”. La potenza positiva impone l’obbligo di soddisfare qualsiasi tipo di impulso e impegno; infatti, l’iperattività si basa su un’assolutizzazione della potenza positiva che non permette nessun agire libero e per questo, paradossalmente, è una forma totalmente passiva dell’agire. La potenza negativa del non-fare, invece, è alla base della vita contemplativa; proprio la perdita dell’attività contemplativa porta l’individuo all’isteria incontrollata. La stanchezza evocata dall’autore nel titolo ha una doppia valenza. Da un lato rappresenta la conseguente frustrazione causata dal non raggiungimento dei propri obiettivi e quindi l’uomo depresso arriva a rifiutare l’iperattività, collassando in una situazione di abbandono, dall’altro lato diventa la cura stessa per l’uomo che riesce a trasformarla in riposo e ad abbracciare la contemplazione. Da questo punto di vista la stanchezza è tutt’altro che inutile o superflua, anzi con essa si risveglia una particolare capacità di vedere e percepire le cose.

La società della stanchezza è allo stesso tempo conseguenza dell’iperattività ma anche una potenza salvifica se sfruttata nel modo giusto. Il problema del soggetto contemporaneo sta proprio nel fatto che il raggiungimento del livello di stanchezza si presenta nel momento sbagliato, quando l’individuo ha già subito un collasso psichico chiamato burn out, causato principalmente da un auto-riferimento eccessivo che può assumere tratti distruttivi. Auto-realizzazione e autodistruzione troppo spesso coincidono, il soggetto di prestazione crolla contro la sua forza auto-distruttiva e il burn out è il risultato della concorrenza assoluta. La società della prestazione è forgiata dal contesto di produzione capitalistico, che ritiene l’auto-sfruttamento molto più produttivo dello sfruttamento estraneo, imprigionando l’individuo in nuove costrizioni, più subdole e, di conseguenza, quasi impossibili da eliminare.

“Non c’è più alcun ambito vitale che si sottragga alla valorizzazione commerciale. L’ipercapitalismo rende tutte le relazioni umane delle relazioni commerciali, toglie all’uomo la dignità e la sostituisce interamente con il valore di mercato”.

Byung-Chul Han  rivendica il tempo solenne della festa, che è completamente sparito in favore del tempo dedicato al lavoro. Il regime neoliberale che costituisce la società contemporanea non ammette pause e camuffa l’auto-distruzione dietro false promesse di libertà e auto-realizzazione.

“La società della stanchezza” è stato pubblicato nel 2012, edito da Nottetempo.

Matilde Alvino