“Mi domandarono se nella mia visione non avevo sentito delle canzoni; se così era, dovevo insegnare loro le canzoni.

Perciò cantai per loro tutte le canzoni che avevo sentite nella mia visione; ci volle quasi tutta la notte, perché imparassero quelle canzoni.

Mentre noi cantavamo là dentro, risuonava il rombo sordo del tuono su tutto il villaggio intorno, e così noi sapevamo che gli esseri del tuono erano soddisfatti ed erano venuti ad aiutarci.”

Alce Nero

Quando si parla dei primi film di registi o registe diventati poi famosi grazie ad un Oscar, c’è sempre la tentazione di voler a tutti i costi rintracciare nell’esordio i segni della cifra stilistica e personale che ha portato successivamente alla premiazione, di segnalare gli indizi nascosti che si trasformeranno in prove compiute solo in un secondo momento, a consacrazione avvenuta.

Invece, il primo lungometraggio di Chloé Zhao, Songs my brothers taught me del 2015, era già un’opera compiuta e toccante che merita pienamente di stare accanto al più premiato e commentato Nomadland non solo per il coraggio di alcune scelte (l’uso di attori non professionisti e l’ambientazione, tra tutte) o per la qualità tecnica della fotografia e della colonna sonora, ma soprattutto per la sorprendete capacità di raccontare in modo sincero e toccante una storia piena di umanità.

Al centro di Songs my brothers taught me c’è il bellissimo rapporto tra Jashaun e John, sorella e fratello uniti da una complicità profonda e piena di una dolcezza che cresce ad ogni inquadratura. Non è un rapporto semplice. Nulla lo è nella riserva. Ma tra sguardi rubati, sorrisi che squarciano lo schermo e abbracci liberatori la loro lotta quotidiana arriva agli spettatori con una sincerità e una sensibilità che lasciano senza parole.

Nella Riserva di Pine Ridge non si può vivere né scappare. Qui i sogni appena abbozzati vengono subito intrisi di malinconia, i sorrisi sembrano sempre pronti a diventare smorfie di delusione, la vita incrostata dalla sabbia della pianura rischia di passare veloce ed effimera come un tumbleweed (le famose “balle del deserto”).

Infatti, a dispetto dei panorami che si estendono a perdita d’occhio e del cielo senza confini, la riserva è a tutti gli effetti poco più di una prigione in cui tutti si conoscono, le giornate scorrono sempre identiche e dove a tutti sembra assegnato un copione impossibile da cambiare (viene in mente il bellissimo A Ciambra di J.Carpignano).

John è un ragazzo alla ricerca della propria strada che sembra sempre sul punto di perdersi: sballottato tra sogni di fuga, attirato da qualche lavoretto come meccanico, sedotto dalla vita da gang di quartiere e dallo smercio di alcol, innamorato della propria ragazza al punto di pensare di lasciare tutto per seguirla a L.A., è la perfetta rappresentazione della vita nella riserva.

Ma c’è anche chi, come Jashaun, in quel luogo “vede cose che io (John) non vedo”: la possibilità di affermare la propria identità e di preservare la propria cultura, l’occasione per darsi da fare con poco, la necessità di diventare un punto di riferimento per una famiglia senza padre e con fratelli sparsi come pianeti in galassie distanti.

Jashaun attraversa la vita della riserva con la grazia di una bambina e con la risolutezza di un’adulta, senza mai farsi scoraggiare dalle difficoltà. Incontra personaggi che sembrano usciti dalle pagine di Carroll come Travis, il tatuatore-artigiano ossessionato dal numero sette e intrippato con il messianismo tipico di chi ormai confida solo in un miracolo, o come il fratellastro Kevin che ha fatto del rodeo una nuova religione.

In Songs my brothers taught me ci sono tutte le sfide e le speranze di una comunità che fa i conti quotidianamente con i propri fantasmi e che lotta contro una società che ha deciso di ghettizzarla e rinchiuderla in una “riserva”, ci sono le mille domande su come sarà il futuro dei ragazzi come John e Jashaun.

Non perdetevi il bellissimo esordio di Chloé Zhao su Mubi.

Marco Lera