L’educazione è il titolo dell’autobiografia di Tara Westover, edita da Feltrinelli nel 2018. La scrittrice racconta la sua storia attraverso i ricordi legati alla sua famiglia e al distacco da essa.

Westover nasce in una famiglia di mormoni anarco-survivalisti tra le campagne dell’Idaho. Ultima di sette figli, passa le sue estati ad inscatolare pesce e i suoi inverni a fare scorte di cibo per prepararsi al fatidico giorno dell’Abominio, ovvero il giorno in cui il mondo sarebbe finito, secondo suo padre Gene. La sua infanzia, che al tempo appare ai suoi occhi normale, è scandita dal lavoro nella discarica del padre e da qualche visita sporadica ai nonni. Westover non dedica molto spazio ai giochi, non ha molti amici e frequenta solo i suoi fratelli e un’altra amica “come lei”, mormona.

Tara non va a scuola, non ha un certificato di nascita perché è nata in casa così come i suoi fratelli Audrey e Richard, se sta male viene curata con le erbe naturali della madre. Per lei, suo padre è sempre stato un uomo molto autoritario sia con i figli che con la moglie, mentre la madre è una donna docile, una levatrice ed erborista. Allo stesso tempo, però, Tara sa che suo padre non è lo stesso padre che è stato per i suoi tre fratelli maggiori. Tony, Shawn e Tyler sono nati in ospedale e hanno persino frequentato la scuola per alcuni anni, prima che Gene decidesse che gli insegnanti fossero collusi con il governo e l’educazione avrebbe portato i figli alla perdizione.

Solo quando, anni dopo, frequenterà un corso di psicologia all’università, Westover riuscirà ad associare il fanatismo e le paranoie del padre ad un disturbo mentale. Fino ad allora il pensiero che suo padre potesse essere malato non l’aveva sfiorata, sapeva che le persone potessero ammalarsi, ma non immaginava che una persona all’apparenza piena di energie e forze come suo padre potesse essere poco sana. Col tempo, questa consapevolezza aiuta l’autrice a trovare una spiegazione a molti episodi spiacevoli che avevano caratterizzato la sua adolescenza, senza però giustificare l’uomo che diceva di educarla e di volerle bene, ma trovando così la forza di portare avanti la sua azione di trasformazione, di metamorfosi. La scrittrice nel libro parla del padre come di una persona affetta da bipolarismo o da schizofrenia, anche se nessuna delle due patologie viene mai realmente certificata, proprio perché nel loop di paranoie paterne c’è l’avversione verso i medici, servitori di Satana. Durante la narrazione, sempre molto dettagliata e precisa, Westover descrive attraverso le sue azioni il lento declino del padre negli anni, sempre più chiuso nella sua bolla di convinzioni ed estremamente inquisitorio riguardo le scelte dei figli, come quando ritira Tara da un corso di danza, asserendo che quella fosse solo una delle tentazioni di Satana che avrebbero spinto la ragazza alla promiscuità. Nel corso del racconto, la parola “puttana” viene ripetuta più e più volte sia da parte di Gene che di Shawn nei confronti di Tara. Basta poco per sentirsi chiamare in quel modo: indossare una gonna, parlare con un ragazzo, partecipare ad un saggio di danza, decidere di voler studiare.

Le altre figure femminili nella vita della scrittrice sono invece quasi sempre passive. La mamma, che spesso non appoggia le scelte del marito, non ha poi mai la forza di ribellarsi fino in fondo, rimane ancorata alla sottomissione femminile richiesta. Se dunque da un lato la madre decide di far partecipare Tara al saggio di danza, dall’altro anche lei spalleggia il marito nell’affermare che l’abito indossato durante la performance fosse indecente.

Tara sa che per il mondo esterno lei non esiste, ma rivendica costantemente la sua esistenza con forza dal momento in cui inizia a ribellarsi alle imposizioni genitoriali e a scegliere una strada diversa che la porterà lontano da una vita pre-impostata. Ed è per questo che l’educazione le cambia la vita, e il ruolo del fratello Tyler avrà un’importanza decisiva perché sarà lui a spingerla ad allontanarsi dalla realtà familiare. Fino a quel momento, l’unica educazione che aveva ricevuto le era stata impartita dalla madre, che le aveva insegnato a leggere e a scrivere con l’unico scopo di riuscire ad interpretare le Sacre Scritture. Se per lungo tempo Tara riesce ad accontentarsi, rimane comunque insita in lei la voglia di scoprire un mondo altro, che sente possa regalarle cose che non ha ancora conosciuto. L’aiuto del fratello fa sì che lei impieghi la fiducia in sé stessa per liberarsi ed educarsi, prima in una scuola mormona, e poi a Cambridge.

Stupefacente il fatto che solo all’età di diciassette anni scopre il significato della parola “Olocausto”.

Il professore mi invitò a parlare e lessi la frase a voce alta, quando arrivai alla parola mi fermai, “Non conosco questa parola” – dissi – “cosa significa?”, ci fu silenzio. […] Mi fissai le scarpe chiedendomi cosa era successo e perché ogni volta che alzavo gli occhi c’era sempre qualcuno che mi fissava come se fossi strana. Certo che lo ero, e lo sapevo, ma non capivo come facessero a saperlo loro. […] Poi andrai dritta al laboratorio di informatica a cercare la parola “Olocausto”. Non so quanto tempo rimasi là seduta a leggere, ma a un certo punto avevo letto abbastanza. Mi appoggiai allo schienale della sedia e fissai il soffitto. Credo che fossi scioccata, ma non so se per le cose orribili che avevo appena scoperto o per la mia ignoranza. Di sicuro ricordo che per un momento non vidi campi di concentramento, le fosse comuni o le camere a gas, ma il volto di mia madre. Un’emozione si impadronì di me, un sentimento così forte e nuovo che non capivo, avrei voluto gridarle contro, insultarla, e questo mi spaventò.

Se, da un lato, Westover trova la sua salvezza nell’educazione, dall’altro lato fatica ad allontanarsi dal quel mondo che per tanto tempo l’ha inglobata. Prima che riesca a diventare davvero libera passeranno ancora centinaia di pagine in cui l’autrice racconta delle sofferenze, dei soprusi subiti dalla sua stessa famiglia (in particolare dal violento fratello Shawn), delle contraddizioni. Infatti, in casa l’igiene era scarsa, ma c’era il telefono che permetteva loro di far andare avanti il business delle erbe della madre, e c’era la TV via cavo così che il padre potesse guardare il suo show preferito.

La scelta di educarsi non è stata immediata e indolore, anzi. Probabilmente sarebbe stato più facile accettare quei dogmi senza batter ciglio, senza preoccuparsi di dover abbandonare la propria famiglia e tutte quelle che fino a quel momento erano state le sue uniche convinzioni. Avere la forza di riappropriarsi della propria identità, imparare a conoscere la vera sé stessa e riuscire a vivere un’esistenza voluta e scelta è stato per l’autrice faticoso e per nulla scontato. È una storia di rivincita personale, di emancipazione e del coraggio di sorpassare i propri limiti, abbandonando le proprie certezze.

La narrazione è estremamente particolareggiata, infatti in alcuni punti potrebbe sembrare meccanica e il lettore potrebbe far fatica ad entrare in empatia con la protagonista. Pensare che, però, la storia è un memoir di vita vera, di episodi vissuti qui ed ora, ovvero nel nostro mondo e al nostro tempo, può lasciare spiazzati e increduli. Uscire dalla bolla del proprio mondo è sempre un atto rivoluzionario di apertura e curiosità, che permette di guardare e guardarsi con tridimensionalità e più complessità.

Matilde Alvino