L’urlo soffocato dell’artigianalità: Dumbo

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Nel proseguire il percorso riguardante gli adattamenti live action dei propri classici d’animazione, la Disney ha incaricato Tim Burton di trasporre il film del 1941 Dumbo in una versione con attori in carne ed ossa.
Accostando le vicende dell’elefantino dalle enormi e ridicole orecchie ai personaggi della filmografia burtoniana, pare lampante come questa storia presentasse tutti i connotati per sposare la poetica del regista di Burbank. Poetica che, d’altro canto, viene ormai messa in discussione da tempo, affossata dagli interessi dell’industria secondo alcuni, e secondo altri semplicemente irriconoscibile agli occhi di un pubblico che rimpiange il Burton degli esordi, senza rendersi conto che sia il proprio sguardo ad essere cambiato.

Le cause possono essere diverse e ciascuna giustificata, ma ciò che pare evidente dopo la visione di questa sua ultima fatica è che definitivamente qualcosa si sia inceppato nel meccanismo di creazione filmica che contraddistingue questo straordinario regista. Pare acclarato come la naturalezza di esposizione che ha segnato i suoi capolavori non trovi libero sfogo in opere che, pur esigendo una modalità di racconto eloquente e mirata ad un pubblico infantile, impongono uno sforzo produttivo che travalica l’animo artistico e richiede una complessità narrativa stridente contro quella semplicità degli affetti tanto cara a Burton.

La costruzione bozzettistica dei personaggi, la divisione ironica e manichea tra buoni e cattivi, tra fini moralmente giusti e sbagliati, tra mostri apparenti e reali, trova nelle piccole fiabe grottesche dei suoi esordi un terreno fertile in cui innestarsi spontaneamente. Lo stesso approccio, che a cavallo tra anni Ottanta e Novanta ben si adattava a blockbuster dal sapore rustico come Batman e Batman – Il ritorno, non trova oggi un’adeguata valorizzazione per questa tipologia di prodotto.

Il Dumbo di Tim Burton non presenta difetti clamorosi, è chiaro nella definizione dei ruoli e nella presentazione dei caratteri, riesce ad infondere il giusto calore emotivo alle scene empaticamente cruciali e lascia spazio anche a vampate stilistiche attraverso cui si palesa l’identità del regista.
Eppure la sensazione è che tutto resti in superficie, che si assista ad una tenue rappresentazione, mirata al fine ultimo di rendere comprensibili le varie fasi della storia, ma che non sia sostenuta dal piacere del racconto, il sentore che sotto questa dose massiccia di effetti digitali emerga l’urlo soffocato di un piacere per l’artigianalità che non trova la propria giusta collocazione.

Andrea Pedrazzi

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