Alberto Sordi e lo scabroso della commedia – “Il vedovo” di Dino Risi

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“Ho sognato che ero rimasto vedovo. Un sogno completo: morte, camera ardente, funerale. Io camminavo dietro al feretro. Mentre tutti piangevano, io ridevo.”

Ridere della tragedia: in questo concetto si racchiude perfettamente il senso della grande stagione della commedia all’italiana, un pezzo essenziale della storia del cinema nostrano. Dagli anni Cinquanta e per i successivi quindici il genere ha saputo cogliere con una risata il cambiamento, a tratti tragico e disturbante, di un paese e dei suoi modelli di riferimento: nuovi gusti, nuovi costumi, nuove idee e ovviamente, a cavallo degli anni Sessanta, nuove possibilità economiche. Tutto questo senza lasciare indietro i vecchi problemi, ma continuando a rappresentare un’Italia a cavallo tra due status – quello di Paese ancora caratterizzato da forte provincialismo e quello di Paese in ascesa economica – che era il contesto di storie di riscatto che difficilmente andavano secondo le aspettative, o che evidenziavano l’intrinseca contradditorietà dei nuovi desideri dell’uomo medio rapportati a una moralità non ancora aggiornata.

Dino Risi con Il vedovo (1959) ci racconta uno di questi uomini comuni che tenta di cavalcare l’onda del boom economico: Alberto Nardi, interpretato da Alberto Sordi, attore-feticcio del genere, tra i cosiddetti mostri della commedia all’italiana assieme a Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Lando Buzzanca e Nino Manfredi (e che infatti nel 1963 insieme ai primi tre comparirà nel film a episodi diretto da Risi I mostri). Alberto è un imprenditore romano arrivista e megalomane, continuo bersaglio delle beffe della moglie Elvira Almiraghi (Franca Valeri), donna di successo milanese, ricca e abile negli affari, che prende continuamente in giro il marito chiamandolo “cretinetti” e negandogli il suo aiuto per questioni finanziare. Alberto è infatti assalito dai creditori, dai debiti e in preda ad un esaurimento mentale (pensa di chiedere una sigaretta chiedendo una lampadina). Non può nemmeno pagare gli operai della sua ditta di ascensori sull’orlo del fallimento, quando un evento funesto – ma non per Alberto – ribalta la situazione: la moglie sembra essere morta in un incidente ferroviario in Svizzera, e tutto il suo patrimonio finirà al “disgraziato” marito, che penserà di averla vinta… ma per poco, visto che la moglie è invece vivissima. Per Alberto e i suoi colleghi incapaci l’unica soluzione logica sarà allora farla morire in quello che deve sembrare un incidente in ascensore.

Le cariche negative, come spesso accade nella commedia, si trasformano qui in cariche positive: le disgrazie sono miracoli, gli omicidi sono una normale soluzione ai problemi. E la logica del mondo ordinario, con la sua eticità, a volte può venire meno: così gli aristocratici sono servi della borghesia (come testimonia il personaggio del Marchese Stucchi, che segue ovunque Alberto come un cagnolino). Un terreno ben conosciuto dalla commedia, che crea le sue logiche interne pur innestandosi su un racconto di realtà, e in questo caso proprio su una vicenda realmente accaduta (il soggetto del film si ispira infatti, in parte, al fatto di cronaca conosciuto come “Il mistero di Via Monaci”).

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Se da una parte, quindi, si ammette che certi meccanismi sociali o desideri privati possono essere liberamente capovolti o espressi grazie alla particolarità del genere, che scambia le carte per poi scoprirle quasi sempre alla fine, dall’altra bisogna riflettere su quale sia il limite e il coinvolgimento morale del film con il suo contenuto scabroso, ovvero l’organizzazione di un femminicidio legittimato da un gruppo di persone.

Il film rappresenta Alberto come un inetto, un megalomane che, come spiega la moglie, “è uno che si crede superiore a tutti, invece è un cretino ridicolo, che si circonda di incapaci”: come i collaboratori con cui organizza il colpo o l’amante che ripete a pappagallo le sue frasi. Tutti, tranne la moglie, ne escono come degli incapaci a vivere, degli inetti i cui desideri non corrispondono mai alle proprie capacità, ma che desiderano possedere, ingannando il prossimo o rispondendo solo del proprio egoismo. È proprio in questo contesto di incapacità che il desiderio di Alberto di uccidere la moglie non può essere soddisfatto: l’uomo vittima degli eventi tipico della commedia, quale Alberto, quasi “per regola” al genere, non è destinato a farcela. Per questo motivo il femminicidio sembra impossibile fin da subito, e la carica perturbante viene quindi smorzata, per poi risolversi con un finale che mostra le conseguenze logiche del desiderio (in)dicibile di un personaggio ridicolo.

Un uomo ordinario che cova desideri indicibili, senza nasconderli, ma ridendoci sopra (e facendo ridere anche il pubblico), è possibile in un film di Risi, come anche in uno di Pietro Germi (in Divorzio all’italiana il personaggio di Mastroianni vuole uccidere la moglie per stare con l’amante più giovane e bella): la forza della commedia sta proprio in questo, nella sua carica provocatoria, che richiede a volte uno sforzo maggiore della semplice lettura degli eventi, e che nel riso non vuole approvazione ma consapevolezza di ciò per cui si sta ridendo. Alberto, con il suo singolo desiderio, racconta in piccola parte il suo tempo, e in questo senso va letto: come l’esempio di cosa può causare la cieca corsa all’oro.

Bianca Ferrari

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Autore: Bianca Ferrari

Giornalista, sceneggiatrice, studiosa

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