È in estasi. Il capo rivolto all’indietro, la bocca aperta per un gemito soffocato, le palpebre, pesanti e socchiuse, celano uno sguardo perso in un vuoto di piacere. Una mano angelica le scopre delicatamente il seno. Ma cosa stiamo guardando esattamente? Non si tratta forse di un’opera sacra? Ebbene, di certo possiamo andare oltre le apparenze, e di certo non stiamo assistendo ad un abbandono erotico. Ma è inutile fingere che l’esperienza dell’estasi non sia anche un’emozione fisica.

È un momento di un’intensità sconvolgente, la transverberazione del corpo di una santa. La freccia, d’infimo oro luccicante, viene più volte affondata nella carne, facendo confondere il dolore con il piacere, facendo ansimare la donna che nel frattempo levita, sollevandosi su di un letto di pietre.
L’opera venne commissionata dal cardinale Federico Cornaro nel 1645 (e fu terminata nel ’52), per abbellire la propria cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. La famiglia Cornaro, protettrice dell’ordine fondato dalla santa, le Carmelitane scalze, offrì a Bernini la sfida più difficile della sua carriera e insieme la possibilità di un grande ritorno sulle scene, in seguito alla caduta in disgrazia derivata dall’inimicizia del nuovo papa. Nessuno prima aveva mai tentato di concepire o ancora meno di Qrealizzare un’opera di questa difficoltà.
All’epoca, nella Roma barocca, tutti conoscevano la storia di santa Teresa d’Avila, e la sua autobiografia colpì sicuramente ogni lettore per lo stile esplicito e terreno del suo racconto: 

« Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio. »

Se c’è una cosa che però Bernini non ama, quella è l’indecenza, e capisce bene che in realtà le descrizioni della santa non sono altro che il desiderio della sua anima di unirsi completamente a dio.
Finora, per rappresentare la passione provata dal corpo, Bernini ha sempre sottolineato l’intensità del momento, imprimendo alle figure una dinamica drammaticità che segue il movimento ascensionale della composizione come se fosse una fiamma. Lo vediamo in Proserpina che tenta di divincolarsi dal suo rapitore, in Dafne che si sbilancia quasi a contrastare il suo destino pietrificante. Ora l’artista deve far levitare una santa: non si è più legati alla terra, ma all’impercettibile etere. Questa volta la donna non vuole sfuggire alla passione dell’amante, al contrario, la anela con tutta sé stessa.
Non è più tempo di sottili allusioni, e per Bernini l’unico modo di comunicare il fiume impetuoso di sensazioni che investe Teresa sta nel rendere visibile l’estasi del suo corpo. È chiaro che questa non è la vera Teresa, ma una donna di straordinaria bellezza, una creatura degna del raffinato Serafino, suo angelico amante.

Con il volto sorridente, l’angelo punta la freccia fiammante verso di lei, che non desidera altro che essere trafitta dall’amore di Dio.


Per raffigurare il turbinio di sensazioni che sta provando la donna, Bernini porta all’esterno quello che sta avvenendo all’interno del corpo, ed in questo modo ciò che cela l’abito monacale, simbolo di castità, diviene espressione di ciò che sta accadendo dentro di lei. Nell’abito percepiamo le ondate violente delle sensazioni provate, che increspano il marmo come se potessero liquefarlo in un oceano tempestoso che si infrange sulla costa.
Nulla ci viene celato in quest’opera, e l’artista, nel suo genio, la rende una rappresentazione teatrale: vuole che guardiamo, che siamo partecipi di tale miracolo che fonde corpo e anima, e ce lo mostra affiancando un pubblico, i membri della famiglia Cornaro, che dalle loro balconate guardano lo spettacolo, mentre alcuni discutono del suo significato.


Nessuno dei capolavori di Bernini, pur nella propria magnificenza, è nemmeno lontanamente comparabile a questo, perché in tale opera egli è riuscito a rendere visibile quello che noi tutti, se ci guardiamo dentro, sappiamo di desiderare ardentemente. E non ci stupisce se gli storici dell’arte di fronte ad essa dicono tutto tranne l’ovvio, cioè che si tratta della rappresentazione dell’estasi di una donna prima che di una santa. Ma estasi non vuol dire solo piacere carnale, ed è proprio il riuscire a fondere desiderio fisico e trascendenza spirituale che rende questa scultura unica nel suo genere. L’amore provato per Dio è talmente elevato ed intenso da trasformare il dolore mortale in un piacere trascendentale.

Tommaso Amato